Giona A.NAZZARO*- Un western senza stereotipi (a Cannes, “The salvation” di K.Levring, fuori concorso)

 

 

Cannes 2014*



UN  WESTERN SENZA STEREOTIPI

“The Salvation” del danese Kristian Levring, fuori gara. Con competenza filologica, il regista rovescia il genere del «cavaliere solitario»

****

In attesa di The Home­sman di Tommy Lee Jones, tocca a The Sal­va­tion del danese Kri­stian Levring rein­ven­tare la con­qui­sta del West. Messo in scena attra­verso un’ottica che omag­gia la grande sta­gione moder­ni­sta dei Pec­kin­pah, Penn, Peter Fonda e così via, il film è un pro­getto col­ti­vato con evi­dente devo­zione e scru­polo filo­lo­gico, attento ai det­ta­gli ambien­tali e a un iper­rea­li­smo cro­ma­tico (otte­nuto digi­tal­mente) che si tiene sal­da­mente in piedi come la più clas­sica delle para­bole di vendetta.

Rispetto ai rac­conti dello stra­niero senza nome che si pre­senta dal nulla per rad­driz­zare i torti di una comu­nità che fatica a nascere, The Sal­va­tion vanta un eroe che pro­ve­nendo dall’Europa carico di sto­ria, dopo aver com­bat­tuto guerre non sue, tenta di rifarsi una nuova vita in un mondo nuovo. Jon (Mads Mik­kel­sen, ormai habi­tuè della Croi­sette) si pre­senta nel Far West carico di sto­ria, di quella maiu­scola, ed è que­sto con­tra­sto a rove­sciare lo ste­reo­tipo dello stra­niero laco­nico del quale s’ignora tutto se non la sua abi­lità con le colt.

Il per­corso di for­ma­zione che Kri­stian Levring riserva al suo pro­ta­go­ni­sta pro­cede al con­tra­rio. Sol­dato con una pre­pa­ra­zione mili­tare che fa di lui un tira­tore mici­diale, si ritrova pro­gres­si­va­mente spo­gliato della sua iden­tità in un cal­va­rio di vio­lenze e soprusi che lo ridu­cono a una mac­china di morte offerta come la più arcaica delle giustizie.

Dovendo ven­di­care il mas­sa­cro della moglie e del figlio in una landa arida nelle cui viscere pulsa l’oro nero, Jon tocca con mano l’intreccio fon­da­tivo fra espro­pria­zione del ter­ri­to­rio e il sogno man­cato della nascita di una nazione.

In un pae­sino dove il sin­daco è anche il bec­chino (Jona­than Pryce) e lo sce­riffo è anche il prete (Dou­glas Hen­shall), il brac­cio vio­lento di Dela­rue (Jef­frey Dean Mor­gan), ammi­ni­stra una paro­dia di legge al ser­vi­zio delle cor­po­ra­zioni che pre­dano la terra e il petro­lio scac­ciando i coloni. Kri­stian Levring offre una ver­sione neris­sima del west. Fango sudore e pol­vere da sparo, insomma, nono­stante l’ocra dell’operatore Jens Schlos­ser domini i campi lun­ghi quando non piove.

Com­po­sto alter­nando con sapienza le dif­fe­renti pro­fon­dità di campo, eli­mi­nando quasi del tutto i pri­mis­simi piani, The Sal­va­tion è una sorta di teo­rema nar­ra­tivo che rie­sce a bypas­sare l’aspetto pro­mo­zio­nale dell’impresa («un western danese») per offrirsi come com­mosso omag­gio a un genere e alla sua anti-mitologia.

Evi­tando di ecce­dere in cita­zioni di feti­ci­smo cine­filo (riser­vato al tin­tin­nare degli spe­roni di Dela­rue, unica con­ces­sione leo­niana del regi­sta), Levring offre del west, curio­sa­mente, una visione molto pros­sima al Walhalla del con­na­zio­nale Winding-Refn.

Ter­ri­to­rio spo­po­lato e ino­spi­tale, per­corso da bran­chi di taglia­gole, nel cui fuo­ri­campo pulsa il geno­ci­dio dei nativi ame­ri­cani, l’alba degli Stati Uniti secondo Kri­stian Levring sem­bra il suo cre­pu­scolo post-atomico (i resti del vil­lag­gio carbonizzato…).

Met­tendo in campo una com­pe­tenza filo­lo­gica che dalle soglie for­diane dell’incipit passa per visioni east­woo­diane, senza dimen­ti­care accenni grot­te­schi dal sapore alt­ma­niano, The Sal­va­tion si pre­senta come un’operazione non banale, nono­stante alcune insi­stenze sul digi­tale infi­cino alcuni pas­saggi narrativi.

Effi­cace, invece, il lavoro sonoro com­piuto sugli spari. Sec­chi, bru­tali ma metal­li­ca­mente pieni.

Pur ade­rendo dun­que al canone del western clas­sico riletto in chiave moder­ni­sta, Levring si riserva un paio di toc­chi che avreb­bero potuto stare in Pronti a morire di Sam Raimi o nella tri­lo­gia mes­si­cana di Robert Rodriguez.

Eric Can­tona che si com­pli­menta con Jon per­ché ha com­bat­tuto i tede­schi prima di sten­derlo con un gan­cio allo sto­maco è irre­si­sti­bile, men­tre Eva Green muta e dalle lab­bra sfre­giate con­tri­bui­sce al plu­sva­lore fetish del film. (*ilmanifesto.it)

Autore: admin

Condividi