Mino ARGENTIERI- I 60 anni della Rai-Tv (per lo più a senso unico)

 

 

Il corsivo

 


I 60 ANNI DELLA RAI-TV

Per lo più a senso unico

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La Rai Tv, nata nel 1954, festeggia il suo sessantesimo compleanno, autosoddisfatta, patriottica, lieta dei consensi che continua a raccogliere accompagnati a lagnanze, critiche e insoddisfazioni, materna e apparentemente conciliante, ancora forte di milioni di abbonati, che l’Agenzia delle Entrate rastrella con l’obbligo del pagamento annuale di una imposta sul possesso degli apparecchi televisivi, una tassa ingiusta  che gli italiani pagano (non solo loro in Europa) per accedere al più importante tra gli strumenti dell’informazione e dell’intrattenimento. Ripercorrerne la storia e gli indirizzi editoriali in un lasso di tempo esteso e nello spazio esiguo di un commento succinto è impossibile. Ovvio, tuttavia, prendere atto che in più di mezzo secolo di attività, influenzate da venti mutanti, la Rai abbia dato, nei vari comparti in cui è suddivisa , il meglio e il peggio di sé, nobiltà e miseria, intelligenza e cialtroneria, carte truccate e dimostrazioni di ingegno e di talento.

Distinguere il grano dal loglio, discernere, storicizzare è perciò indispensabile se si vuole entrare nel merito della maggiore azienda specializzata in produzione audiovisiva, responsabile dell’innalzamento o dello scadimento dei livelli della cultura di massa, nel nostro Paese. Livelli che, nei decenni trascorsi si sono progressivamente abbassati; (le eccezioni non si sono tramutate e non si tramutano in regola e le canalizzazioni tematiche multiple compensano limitatamente e spesso malamente la regressione qualitativa dei programmi di più alto ascolto). Non sono stati commessi  errori di sorta, ma  è evidente la colpa di aver inseguito la Tv commerciale sul suo stesso terreno, adeguandosi a quei modelli. Questa linea di tendenza non ha incontrato alcuna visibile opposizione in seno ai consigli di amministrazione che hanno retto finora la Rai. Non meno sconsolato è il giudizio sui  partiti che, sin dal primo giorno successivo alla Liberazione, si sono avvalsi del servizio radiofonico pubblico (e più tardi di quello televisivo) come di un ideale territorio da spartire e da lottizzare, manovrandolo nel rispetto delle convenienze e delle partigianerie politiche. Il risultato? Abbiamo una Rai asservita, non libera, priva di autonomia, cortigiana totalitariamente discriminatoria nei confronti delle forze politiche e culturali non rappresentate in Parlamento (lo sono anche Mediaset, Sky e La7), tutt’altro che pluralista, ingranaggio di un regime pseudo liberale. Un carrozzone non da celebrare, esibendo i presunti o reali gioielli di famiglia, ma da cambiare alla radice, modificando le leggi vigenti e risollevando il problema della democratizzazione del sistema televisivo,  estraneo alla partitocrazia imperante.

Autore: admin

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