Vincenzo SANFILIPPO- Un tete-à-tete teatrale (ritorno a Munch e Schiele)

 

 

Saggistica breve

 


RIPENSANDO A MUNCH E SCHIELE


In un tête-­à-­tête teatrale

Ideazione e Regia Elsa Agalbato  Fabio Sargentini

Galleria L’attico. Roma dal 2 al 18 maggio  2014 ore 19

  • Munch (nella foto): Quando dipinsi l’urlo

con Ruben Rigillo fondale di Sergio Ragalzi.

  • Schiele: Vive morendo ogni cosa

con Pino Censi e Arianna Ninchi

inferriata Claudio Palmieri,   assistente alla regia Sonia Andresano, scenotecnica Paolo Nunzi, Franco Scorza,   suoni Paolo Guaccero,  luci David Barittoni, Giuseppe Tancorre,   coordinamento tecnico Rocco Perna,    ufficio stampa Arianna Antoniutti.

Produzione: l’Attico di Roma

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Occorre un soffio vitale significante come l’Urlo silenzioso di Munch, che più ci rappresenta, per aprirci alla fiducia reciproca sperimentando metodi di lavoro centrati su scambi di produttive sinergie. E con quest’atteggiamento propositivo ci accostiamo ad una riflessione critica sui due spettacoli, ideati e strutturati da Elsa Agalbato e Fabio Sargentini, che raccontano succintamente le vicissitudini di due pittori. La prima piece sul norvegese Munch, definito un pittore letterario amico del commediografo Ibsen, a sua volta definito un drammaturgo visivo,  i cui  temi riecheggiarono a tal punto nell’animo del pittore da spingerlo a dipingere degli autoritratti ispirati al carattere dei personaggi di quei drammi.

La  seconda piece su Schiele, pittore e incisore austriaco,  la cui breve vita vissuta a Vienna all’alba del ‘900 fa da sfondo ai malinconici destini  incrociati, raccontati come monologhi interiori  da Schnitzler e da Musil attraverso una  narrativa diaristica di indagine introspettiva. Munch & Schiele, dunque, rappresentano i turbamenti esistenziali – indagati dalle nuove teorie freudiane –  che accomunano i due artisti.

Le linee guida della regia strutturano teatralmente le due “azioni”  sull’esigenza di un coordinamento  tra il lato organico-sensoriale e il dato concettuale, contribuendo in  entrambi le esigenze a soddisfare con grande misura la processualità dell’allestimento. Metodo ed esperienza costituiscono sia il fare teatro e a fruirne, sia  a esprimere le valenze delle due pieces, che sottintendono un sottile humour nero allusivo quanto metaforico.

La prima piece è la riproposta di un lavoro che rende omaggio al più celebre dipinto del maestro: “Munch, quando dipinsi l’Urlo”. Ad apertura di sipario, la scena (fondale di Sergio Ragalzi), ispirato al teatro graficizzato delle maschere di Beardsley, contribuisce a far scaturire un senso d’inquietudine, poiché conferisce il senso dell’immediatezza dell’evento, dove una grande  bocca nera spalancata – pneuma, soffio vitale  del vasto territorio espressionista – domina l’intera performance. Al centro del palcoscenico il personaggio Munch, interpretato con intensa espressività da Ruben Rigillo, disteso in posizione supina, estenuato, magro e livido, spasima con teatralità  contingente, assillato dalla dinamica interiore del proprio inconscio.

C’è da rilevare  che l’inquadratura scenica  di quest’ansiogeno allestimento  lievita man mano che la funzione interpretativa  dell’attore, volutamente  disarticolata, risulta eloquente mentre pronuncia parole  estrapolate dal diario del pittore.: « Camminavo lungo la strada …quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura ». Il ricordo di quell’incubo  terrificante descritto filtra il reale, l’ intima sofferenza, il pesante tanfo della paura.

A lato della scena la presenza di una Dama avvolta in un nero mantello acquista un carattere nefasto. La sua presenza rappresenta un’ombra minacciosa il cui volume visivo amplifica le relazioni spaziali simboliche. Di questa  figura Munch ha lasciato nei propri diari la visione che Sargentini  e Elsa Agalbato ri-presentificano come ombra vampiresca scomposta e oscena, con i  capelli rosso sangue che s’ impigliano sulla testa dell’artista morente, avvolgendogli il volto,  mordendolo con molteplici lingue di serpente.

Riferimenti artistico-letterari della femminilità che possiamo declinare come simbologie archetipe di amore e dolore nella donna-vampiro, sulle quali vengono trasferiti gli elementi oscuri delle pulsioni che rimandano al binomio di Eros contrapposto drammaticamente a Thanatos. Quadro scenico che lacera, in un continuo fremito di orgasmo e annullamento, in una totale consunzione, il simulacro del moribondo che si arrende al piacere dell’orrore e della distruzione di sé, rendendo disperato l’estremo  confine tra piacere e morte, come nel dipinto “Vampiro” di Munch ( Oslo, Munch – museet) rappresentazione efficace del  demone della femminilità che getta una maledizione sulla vita del compagno, uccidendolo a poco a poco.

A questo punto la composizione scenica ha carattere di persistenza immaginifica simile a un fotogramma del primo cinema espressionista  di P. Wegener, “Nosferatu il vampiro” (1922). Evento psicologico che si rappresenta attraverso lo stato di prostrazione e solitudine, dove la disperazione trova eco nell’enorme bocca nera dipinta sulle quinte di fondo che alita  rantoli estremi.   Un testo struggente in cui Munch sofferente affronta il senso della morte; un tema che ha costantemente influenzato la sua vita riempiendola di quella disperazione che è presente nella sua produzione.

Il secondo  spettacolo dal titolo  “Schiele, vive morendo ogni cosa”, anch’esso elaborato sui diari  dell’artista durante il periodo della prigionia,  ricostruisce un ipogeo carcerario scenograficamente suggestivo, in quanto la buia cella è sbarrata da doppie  chiusure: quella esterna da una robusta inferriata, e quella interna da una lussuosa porta in stile classico decorata con cornici in foglia oro. Cosicchè la doppia  chiusura, metaforicamente reale e virtuale,  permette di chiudere la visione voyeuristica al carceriere di turno ( la cui voce  è quella di Sargentini ),  e  aprire le porte  alla fantasia del pittore e ai suoi pensieri che gradualmente prendono vita davanti agli occhi degli spettatori. L’azione  mentale del pittore, interpretato. da Pino Censi, con altrettanta forza espressiva,  comincia a svilupparsi  in molteplici dipinti immaginari corrispondenti alle diverse posture che prendono vita attraverso il corpo della modella Edith (int. Arianna Ninchi)  anch’essa reclusa destinata a condividere la  buia cella.

Le proiezioni di dipinti su quella lussuosa porta s’incarnano simultaneamente nella prestante modella, iscrivendosi in una progressione continua delle azioni secondo i tempi della memoria e del sogno. A ogni dipinto di Schiele proiettato sulla porta-fondale, corrisponde una postura omologa dei corpi degli interpreti, verosimili lacerti cromatici di un’eterogenea body art, che squarcia la nudità del quotidiano  amalgamato nel respiro, nelle pieghe più sensuali, nelle disarticolate-aggraziate esibizioni, simili a piccanti pantomime da  Boudoir.  La modella, come in una camera ottica, imita con movenze speculari quelle lolite dipinte, tutte ossa, occhi e genitali, dedite ad una libido liberatoria rappresentata con la fragranza di un racconto esistenziale.

Sono scene di grande suggestione compositiva e cromatica, corpi reali che s’inseriscono in una polivisione luministica, ove il presente performativo gioca con i capolavori del passato, certamente anche sensuali, ove si racconta  la versatilità  del giovane Schiele. Le immagini, segno di un incanto profondo per quei ritmi allusivi, verticali e obliqui, altro non sono che  flussi di  cinetica scenica che si miscelano cromaticamente con i corpi in osmosi degli interpreti, rendendo impalpabile  la materializzazione fluida  dello spazio scenico, il suo valore plastico integrale. Attraverso  la fluidificazione semantica dei corpi reali e virtuali, vengono messi in opera i processi liberatori, le spinte pulsionali, le necessità di una rappresentazione d’arte che si apre appunto al concetto, ovvero all’idea e alla creazione dell’idea.

Spettacolo condiviso e molto applaudito da un pubblico di estimatori e artisti che fin dagli anni ’70 seguono il lavoro della Galleria l’Attico, atelier d’arte espositivo ubicato nel cuore di Roma, con all’interno una attrezzata, funzionale sala di teatro laboratorio.

Autore: admin

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