Giuseppe ARDIZZONE- Luci ed ombre (in margine al recente congresso Cgil)


 

 

 

Agorà



LUCI ED OMBRE

Note in margine al congresso nazionale della CgilXVII  titolato “Il lavoro decide il futuro”

****

 

Quello che si tiene in questi giorni è un congresso del più grande sindacato italiano, la cui importanza, forse, sarà apprezzata solo tra qualche tempo, come tutti i principali avvenimenti del periodo che stiamo vivendo.

L’Italia sembra iniziare un faticoso cammino verso l’uscita dalla più grave crisi economica del dopoguerra, che lascia, il nostro Paese con un’immagine di disuguaglianza, illegalità e scarsa competitività, unite ad una crisi generale della rappresentanza, che gravano come macigni sul nostro futuro.

Tutto questo non poteva non essere al centro del dibattito congressuale della CGIL e della relazione dl suo segretario.

La signora Camusso apre il suo intervento rimarcando, giustamente, come non vi sia nessuna possibilità di sviluppo della nostra società se non puntando sul “lavoro, come fattore di crescita”.

Il lavoro, il suo valore trainante, la sua crescita qualitativa e produttiva, ottenuta grazie all’innovazione ed allo sviluppo delle competenze, sono la ricchezza fondamentale di una società che deve, inoltre, avere il coraggio di saper orientare lo sviluppo partendo dai bisogni sociali, dall’equilibrio generale con l’ambiente che la circonda.

E’ questa una sottolineatura utile ed importante che traspare con convinzione da tutta la relazione e che non possiamo non condividere.

Quello che sembra, invece, meno convincente è il ricondurre l’attuale quadro di riferimento europeo, con le difficoltà implicite, ad una politica consapevolmente indirizzata alla massimizzazione del profitto finanziario rispetto a quello d’impresa, ad un attacco ai diritti dei lavoratori ed allo stesso welfare.

Si dice:

Se non cambia il modello, l’uscita dalla crisi sarà pregiudicata dall’ulteriore svalorizzazione del lavoro: perdita di qualità del sistema, della sua competitività, della sua produttività, soprattutto perdita di dignità e libertà delle persone. È il campionario del liberismo, quello prodotto dall’austerità nell’Europa della crisi, il taglio alle politiche pubbliche, i compiti a casa e il mantra del debito pubblico. Un approccio alla crisi che ha cancellato il lavoro come fattore di crescita. Un processo caratterizzato culturalmente dalla teorizzazione della diseguaglianza, del welfare come costo. “

Ed ancora:

Ora l’appuntamento è il cambio dei trattati a partire dal fiscal compact, i trattati possono essere ricontrattati, non può esserci la stessa risposta nella crisi come nella crescita.

Ricontrattazione, unità fiscale e bancaria sono le necessità di governo della moneta unica, insieme al primato delle istituzioni elettive. Un primo segno importante è l’individuazione del Presidente della Commissione, vogliamo sia la premessa di una nuova stagione.

Torniamo a sottolineare che un’altra via per l’Europa c’è, quella della mutualizzazione del debito, con un vantaggio distribuito a tutti i Paesi, garantibile, che rappresenta anche la “pulizia” del mercato secondario dei titoli e libera risorse che si devono vincolare agli investimenti. Il lavoro è l’indicatore a cui riferirsi: il 12,7% di disoccupazione e con il 42,7% di disoccupazione giovanile sono i dati della sconfitta del sistema e delle scelte da cui ripartire.

……………………………………………………………………………………………………………. l’austerità europea ha praticato l’idea che le riforme strutturali – ovvero ulteriori liberalizzazioni del mercato del lavoro – determinerebbero la ripresa degli investimenti da parte delle imprese. …………………………………… È la ripetizione di una logica ormai ventennale, di leggi che hanno determinato la cancellazione dell’innovazione; la svalutazione competitiva è stata sostituita dalla svalutazione dei salari, dall’incertezza del lavoro, dalla sua compressione, della precarietà.

È lo spostamento dei profitti dagli investimenti alla finanziarizzazione, con uno scadimento della qualità competitiva e produttiva del sistema anche d’impresa. “

C’è molto di vero in quanto viene detto, soprattutto, che la svalutazione interna dei salari e del costo del lavoro possano costituire una forte tentazione allo spostamento verso produzioni ad alta intensità di contenuto di lavoro semplice e quindi ad un progressivo mancato investimento nell’innovazione, con la conseguente perdita di competitività strategica del sistema economico, nel medio periodo. E’ qualcosa che si osserva sistematicamente, ad esempio, in situazioni di sottosviluppo. D’altra parte, però, una politica che punti sull’innovazione e la competitività non può non considerare attentamente gli indicatori della produttività del lavoro e del costo comparato con gli altri paesi competitori.

Qui, la critica alla ricerca della flessibilità del lavoro, come aspetto di una svalutazione interna competitiva, richiede un approfondimento perché non deve diventare la negazione della necessità, invece, di assicurare l’indispensabile flessibilità ed indirizzo delle risorse umane verso il loro impiego più produttivo.

Anche il corretto richiamo all’indice di disoccupazione, come variabile guida fondamentale per valutare l’efficacia della politica europea, si scontra con la necessaria considerazione dei reali fattori d’ostacolo per l’adozione di politiche comuni del debito o monetariamente espansive.

Se continuiamo ad essere dell’opinione che la mancata mutualizzazione del debito dei singoli stati membri, gli obblighi del fiscal compact, le difficoltà che s’incontrano nel percorso dell’unità fiscale e politica dell’Europa siano aspetti di una politica liberista, asservita agli interessi della finanza e tesa ad un maggiore sfruttamento del lavoro, non ci rendiamo conto del peso che invece hanno le diversità e i singoli interessi nazionali in gioco e rischiamo di fare proposte di difficile realizzazione. La moneta unica è certamente un vincolo alle politiche nazionali d’indebitamento ed impedisce agli stati membri di utilizzare il quantitative easing per finanziare il proprio debito; ma, è anche vero che, grazie all’introduzione dell’euro, si stanno evitando delle guerre valutarie interne all’area e che l’inflazione è stata ampiamente tenuta sotto controllo, con risparmi importanti sul costo del servizio del debito fino alo scoppio della crisi finanziaria del 2008.

E’ corretto, tuttavia, far notare quello che è l’altro lato della medaglia: la paura dell’insostenibilità del debito d’alcuni paesi membri e che una forte politica di quantitative easing della BCE, a sostegno diretto degli stessi, potesse indurre questi paesi all’azzardo morale, innescando inoltre un processo d’inflazione nell’intera area ben superiore all’obiettivo istituzionale del 2%, ha paralizzato le politiche europee. indirizzandole verso un’austerità impotente di cui tutti paghiamo le conseguenze. Le condizioni del mercato finanziario mondiale oggi dovrebbero indurre la BCE ad una maggiore libertà d’azione, sia per il basso livello dell’indice dei prezzi, sia per l’eccessivo valore dell’euro nei confronti del dollaro e i recenti annunci di possibili interventi, anche “ non convenzionali”, sembrano andare in questa direzione.

La questione più delicata è, tuttavia, fare in modo che i capitali possano finanziare il sistema produttivo europeo senza passare per un rifinanziamento nazionale dei singoli stati membri. Questo proprio per evitare la possibile assenza di prudenza delle politiche nazionali e la mancata assunzione di responsabilità.Non si può in ogni caso, pertanto, ignorare la necessità di condurre una serrata analisi delle caratteristiche del nostro Paese e dei limiti che ne inficiano lo sviluppo.

Tornando sul terreno del lavoro, sembra che la relazione della Camusso faccia una significativa apertura per l’introduzione del contratto a tempo indeterminato a garanzie progressive, sollecitando altresì una significativa riduzione del ventaglio dei contratti atipici.:

Vi è la necessità di fermare la deriva precarizzatrice del mercato del lavoro.

Per questo ribadiamo, lavoriamo sulla semplificazione, si faccia davvero un contratto unico a tutele crescenti, la mediazione giusta e positiva tra flessibilizzazione contrattata e certezze per i lavoratori.Discutiamo tempi e certezze antidiscriminatorie.Insieme al contratto unico, altre 3 forme: il contratto a termine causale, per stagionalità e sostituzioni, la somministrazione e l’apprendistato. Altre forme vanno ricondotte, qualora necessario, al lavoro veramente autonomo di cui vanno definiti i diritti universali, in questo senso va letto molto positivamente che si cominci dalle norme di tutela universale della maternità. E completezza vorrebbe che sia l’occasione per l’abolizione della Bossi-Fini e la costruzione di una legge positiva sugli ingressi e sulle regole.”

Questa mi sembra un’indicazione da non far cadere e da cogliere con l’immediata introduzione, anche con norma provvisoria come suggeriva il Sen Ichino, di un contratto a tempo indeterminato con la possibilità di scioglimento, nel primo triennio, ad un costo di separazione condizionato all’anzianità di servizio.

L’introduzione della necessaria flessibilità sul lavoro al fine di determinare la mobilità della risorsa lavoro verso gli impieghi più produttivi e la valorizzazione delle competenze registrerà, tuttavia, sempre l’opposizione delle organizzazioni dei lavoratori e della maggioranza della popolazione se non verranno predisposti degli adeguati ammortizzatori sociali, atti a garantire la massima sicurezza per il singolo lavoratore e la sua famiglia.

La relazione della Camusso continua a sottolineare l’importanza strategica dell’istituto della Cassa Integrazione; ma, apre ad un’indennità di disoccupazione generale per tutti, a cui si potrebbe sacrificare probabilmente almeno la Cassa in deroga.  L’impressione è che, nel mondo attuale globalizzato, la grande sfida che abbiamo davanti è quella di mantenere le conquiste storiche del welfare e del lavoro, riuscendo a adeguarle alle nuove necessità. Non posiamo più pensare di salvaguardare il futuro del lavoratore mantenendolo legato al suo attuale posto di lavoro; ma, tutelandolo, durante il possibile cambiamento, sino al raggiungimento della pensione.

All’interno di questo quadro, la presenza di un’indennità di disoccupazione universale, da modulare adeguatamente, ed unita sia alla formazione permanente, sia ad un contratto di ricollocamento, costituisce forse una delle sfide più importanti ed assume una valenza storica paragonabile a quella che rappresentò l’introduzione del sussidio di vecchiaia.   Il Sindacato dovrebbe assumere un ruolo guida in questa battaglia e su queste posizioni rinsaldare il fronte complessivo del lavoro diviso in un pericoloso dualismo generazionale, che è anche un dualismo di diritti, di garanzie e di futuro.

In ultimo, dispiace rilevare che sul piano fiscale, oltre a ribadire una necessaria tassazione patrimoniale tesa a riequilibrare l’eccessiva disuguaglianza delle ricchezze, il sindacato resti paralizzato, nelle sue proposte, dalla pur presente problematica dell’evasione fiscale.  Si pensa forse che in presenza di un’illegalità diffusa, che falsa i reali dati reddituali, sia improponibile una maggiore progressività sui redditi?  Eppure, le sproporzioni sono evidenti e  intollerabili!

Da più parti, in assenza di una proposta organica, ci si scaglia contro questo o quell’altro settore/categoria per denunciarne l’eccessiva remunerazione e il privilegio.  Assumere in proprio la battaglia per una maggiore imposizione fiscale progressiva su tutti i rediti superiori a 70.000 euro sarebbe, da parte del sindacato, una legittima impresa. Avrebbe sia l’effetto di reperire, in maniera stabile, risorse per la crescita e per il finanziamento dell’indennità di disoccupazione, sia l’effetto di dissuasione verso le remunerazioni eccessive.

Esempi illustri non mancano: durante il New Deal, Roosevelt arrivò all’applicazione d’aliquote dell’80% e recentemente Hollande in Francia ha vinto le elezioni promettendo l’applicazione d’aliquote del 75%.

http://ciragionoescrivo.blogspot.it


 

 

 


Autore: admin

Condividi