Sauro BORELLI- Vince la vita (in “Locke”, nuovo film di Steven Knight)

 

 

 

Il mestiere del critico

 


VINCE LA VITA

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“Locke” il nuovo film di Steven Knight

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Serata piovosa, nei pressi di Londra. Un ingegnere quarantenne, barba elegante, espressione aggrondata, si infila nel proprio attrezzato Suv e parte alla volta d’un ospedale distante poco meno di un’ora e mezza di viaggio. Scopo di questa trasferta un’incombenza insieme soccorrevole e obbligata: una signora dall’uomo conosciuta fugacemente tempo addietro e restata incinta, dopo un rapporto soltanto casuale, sta per partorire (con qualche problema) ed ha chiesto angosciata il suo aiuto.

Questo, grosso modo, l’incipit semplice, serrato del film Locke (nessuna relazione con l’omonimo filosofo secentesco) di Steven Knight, già sceneggiatore di vaglia per i prestigiosi Stephen Frears e David Cronenberg e autore in proprio di Redemption – Identità nascoste, che con mano esperta e gusto sapiente prospetta e dipana una storia pura e dura ove emozioni e commozioni s’incalzano con prosciugato rigore e nitore.

Dunque, Ivan Locke – questo il nome dell’eroe (o antieroe) eponimo – intraprende il penoso compito oberato a priori di problemi ardui quali, nell’ordine, dirigere a distanza e tramite un infido collaboratore (propenso all’alcol) la colata gigantesca di 350 tonnellate di cemento armato per le fondamenta di un grattacielo; mettere al corrente la moglie, fino allora inconsapevole, dell’emergenza di quella lontana trasgressione e della sua incipiente paternità; governare per mezzo del telefono “a viva voce” i complicati accorgimenti per mandare ad effetto il lavoro programmato anche in contrasto radicale con gli esosi committenti determinati a licenziarlo per quella sua repentina defezione dal cantiere in piena attività.

La traccia narrativa è tutta qui, ma s’ispessisce via via mentre il viaggio prosegue con Locke bersagliato (quasi) ininterrottamente da telefonate dal maldestro assistente, di un capintesta bizzoso e intollerante, da collaboratori sempre più allarmati dall’evenienza di quella situazione inopinata. Locke amministra e somministra come può, come sa l’impaccio delle tante responsabilità da affrontare di volta in volta e richiama i suoi spazientiti interlocutori giusto nell’intento di tenere sotto controllo l’intricato stato delle cose.

Scosso e risentito per tanti e tali problemi, l’ingegnere fa fronte a fatica ai ricorrenti intoppi nel prosieguo del lavoro preventivato. Ma, il vero e proprio deflagrare di un dramma indicibile si verifica allorché Locke, con determinazione morale ineccepibile, deve confessare alla moglie, scioccata traumaticamente dalla notizia della trasgressione sessuale del marito, il suo proposito di correre in soccorso della dolente signora in procinto di partorire suo figlio.

Tanto senso del dovere e tale volontà etica si spiegano anche col fatto che – come in un controcanto privatissimo verso il padre dissoluto e anaffettivo recitato da Locked con una rimostranza sdegnata – l’esasperato ingegnere non sa più a che santo votarsi per reggere alle dure rampogne della moglie, all’accorato richiamo dei figli adolescenti, ai punitivi ricatti dei dirigenti della sua azienda, ormai decisi per il suo licenziamento in tronco.

Soltanto un bravissimo ed eclettico attore come Tom Hardy (non a caso già brillante interprete del Cavaliere nero – Il ritorno) poteva sostenere, come in effetti ha fatto, un ruolo così denso di sprazzi drammatici e di riverberi psicologici – fino al coerente epilogo culminante nello strillo di un neonato, risolutore di tutta l’ingarbugliata vicenda senza alcun patetismo di troppo – dosati e calibrati con un senso del tragico, della verità assolutamente convincente e ragionato. Locke si dimostra per l’occasione una sorta di Kammerspiel ove i supporti tecnologici – il suv, il telefono, il culto del lavoro prevaricante – si sublimano in un approdo ancora e sempre umanissimo: la prevalenza della vita. E basta.

Autore: admin

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