Luisa MARIANI- In punta di naso (“Hécuba”, secondo J.Mayorga e J.C.Plaza)

 

 

 

In punta di naso

 

SUONI, ODORI, SAPORI, PERCEZIONI, SGUARDI

A proposito di “Hécuba” di Eurípides, nella versione di Juan Mayorga.
Regia di  José Carlos Plaza Interpretato da Concha Velasco (nella foto)
In scena al “31° Festival de Teatro de Malaga”-gennaio 2014

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Malaga- Sono  davanti all’ottocentesco teatro Cervantes, nato dall’architetto Jerónimo Cuervo, sede del Festival de Cine Español e del Festival Internacional de Teatro. E’ in corso il 31° festival di teatro diretto dal maestro Miguel Galliego: una vetrina ambita della scena internazionale con un programma variegato che va dal teatro classico alle produzioni più innovative. Infatti presenta 75 spettacoli di 27 opere teatrali diverse. I capolavori di Shakespeare, Calderón, Lope de Vega ed Eurípides si alternano a quelli di David Mamet, Alistair Beaton, Robert Patrick, Sanchís Sinisterra e Kressmann Taylor. Inoltre il musical con “Grease”, con “Barrio de la Paz”, la commedia musicale di Javier Ojeda y Caramala e lo spettacolo per bambini “Lucia, la maga” di cui è protagonista una stella della canzone spagnola, Nuria Fergó.

Il Teatro Cervantes e il Teatro Echegaray sono i luoghi di svolgimento della manifestazione insieme ad altri spazi speciali della città, come il Museo del Vino e il Museo Interattivo della Musica. Nei vicoli di ogni barrio si affacciano i manifesti del Festival raffiguranti il volto livido di un uomo scolpito nel marmo con la bocca serrata da una strip rossa come fuoco e un occhio ricoperto da un grande cerchio bianco con all’interno un cerchio nero. E’ forse una pupilla spalancata in modo abnorme su un mondo in cui è vietata la libera espressione? O forse è la menomazione di un uomo reso cieco e muto, come statua, dalle circostanze?

Ne discuto con Antonella, un’amica con la quale girovago, fra le note della “Malagueña Salerosa”, nell’aria bagnata dal profumo marino di una precoce primavera, nelle stradine affollate dalla vivace popolazione andalusa che s’incontra per fare il “botellón” (le tipiche riunioni per bere alcolici all’aperto), fra le esibizioni di artisti ambulanti e di aruspici indovini. Si dilegua così, in un’atmosfera allegra e fascinosa, l’inquietante interrogativo.
Ma un’altra immagine è in agguato nelle vie limitrofe: il ritratto di Hécuba, impersonata da Concha Velasco, che domina sul materiale pubblicitario dello spettacolo in scena al teatro Cervantes. Manifesti e locandine esposti nella plaza de la Merced, dove si trovano la casa natale di Picasso e le sue colombe, uno dei segni emblematici della sua pittura, nel vicino anfiteatro romano di epoca augustea, situato ai piedi del monte Gibralfaro, sulla cui cima svetta maestoso il castello dall’omonimo nome collegato dall’antica muraglia de la Coracha alla fortezza moresca  dell’ Alcazaba.

La tragedia euripidea è segnalata  dal volto spettrale della regina troiana, seduta su uno sfondo “torvo”, con il busto proteso in avanti e le mani abbandonate sulle ginocchia, con annidate in  grembo le facce dei protagonisti della vicenda: Agamennone,Ulisse,Poliméstore,Polisséna, Polidoro…..
Gli occhi di Hecuba, fissi nel baratro della disperazione, sembrano esprimere tutto il dolore del mondo…sfilano implacabili nella mia memoria i visi impietriti delle madri della Plaza de Mayo alla ricerca dei figli “desaparecidos” nel nulla, scorre il sangue dei martiri delle proprie idee e cadaveri si ammucchiano su cadaveri… l’orrore e i miasmi della guerra invadono la mente. E la sensazione cresce durante il dramma mentre la nebbia sale sul proscenio tra il fragore delle onde e i lamenti delle donne troiane prigioniere  nell’accampamento acheo. Sulle rive del Chersoneso tracico, i greci attendono il buon tempo per ritornare in patria. Dopo la vittoria su Troia, si sono spartiti le donne della casa reale ed Ecuba, moglie del re Priamo, è schiava di Ulisse, mentre Cassandra, sua figlia,è bottino di Agamennone.

L’altra sua figlia, Polisséna, era stata assegnata ad Achille morente; ora il suo fantasma richiede che sia immolata  per placare gli dei e permettere ai venti di divenire favorevoli al rientro in Grecia. Polisséna, quindi, deve essere uccisa e a nulla valgono le suppliche strazianti della madre di sostituirsi a lei. Il fato deve compiersi. Nonostante ciò, la giovane e coraggiosa fanciulla morirà eroicamente, sfidando il suo carnefice, Neottolemo, a colpire a fondo sul suo petto denudato, inneggiando all’indipendenza: “… meglio non vivere che essere schiava del nemico”.
Il dolore per l’atroce sacrificio palpita ancora nel cuore di ogni donna troiana quando sopraggiunge un altro funesto evento. Ecuba sta  per dare sepoltura al cadavere velato, trascinato sulla scena da una sua ancella, crede che le sia stato restituito quello di Polisséna, ma sollevando il telo, scopre il corpo di suo figlio Polidoro rigettato dai flutti del mare sulla spiaggia.

La sua faccia si trasforma……. “Ecuba trista, misera e cattiva,”così la vede Dante.
“…torva canino latravit rictu quae post hunc (regem)vixerat uxor”così la descrive Giovenale.
“…forsennata latrò sì come cane… tanto il dolor le fé la mente torta”continua Dante, nel XXX canto dell’Inferno, riprendendo l’immagine dalle Metamorfosi di Ovidio:“Latravit conata loqui”.

Di rabbia e disperazione ne sa qualcosa Concha Velasco. In una recente intervista concessa a Luis Pliego, dichiara che nella vita ha conosciuto l’amore, la grande passione, l’umiliazione del tradimento, ha provato l’amarezza dell’odio e l’ira nefasta, ha vagato nell’abisso della depressione e dello sconforto. Una verità che riversa fisicamente in scena e traduce in momenti di vibrante e asciutto realismo. La sua Hecuba raggiunge l’acme di questa gamma di sentimenti quando mette in atto la sua efferata vendetta contro Polimestore, re della Tracia, che aveva sposato Iliona, un’altra figlia,nata dalla sua prolifica unione con Priamo.

L’antefatto: essendo i troiani in lotta con i greci, Priamo ed Ecuba affidano a Poliméstore il giovane figlio Polidoro che, trasferendosi in Tracia, porterà con sé il tesoro della città. Alla sconfitta dei troiani, Poliméstore decide d’impossessarsi delle ricchezze di Polidoro e a tradimento lo fa uccidere. Secondo Euripide, autore di questa tragedia datata 424 Avanti Cristo, getta il cadavere del ragazzo dalle mura della sua reggia a strapiombo sul mare. Ma le “onde pietose” portano le sue spoglie proprio sulle rive  dove la madre si trova come prigioniera di guerra dei greci. Ecuba, appresa la verità sulla morte brutale del suo adorato figlio,in preda ad un raptus omicida, ordisce un inganno contro Poliméstore. Cerca l’aiuto di Agamennone, che rifiuta di partecipare attivamente al complotto essendo gli achei alleati con il re di Tracia, ma le offre in cambio un salvacondotto per una sua ancella, affinchè porti a Poliméstore il messaggio della regina.

 Poliméstore riceve così l’informazione che Ecuba vuole rivelargli il luogo segreto dove si trova il resto del tesoro di Ilio che insieme ai suoi figli dovrà mettere al sicuro. Arrivato con la prole all’accampamento acheo, subdolamente rassicura Ecuba sulla salute di Polidoro poi la segue nella sua tenda ,dove è invitato insieme ai figlioli con il pretesto che lì è nascosto quanto occorre per la ricerca del prezioso patrimonio reale. A questo punto Ecuba, con spietata freddezza, sostenuta dalle sue ancelle, uccide i due ragazzi e acceca il loro padre. Poliméstore, pazzo di dolore, uscirà a tentoni dalla tenda urlando e invocando la presenza di Agamennone perché sia il giudice dell’orribile accaduto. Agamennone si finge sorpreso d’incontrarlo e ascolta i fatti esprimendo un ipocrita ribrezzo. Poliméstore, da millantatore spudorato, arriva  persino a confessargli di aver ucciso  Polidoro in quanto è amico degli achei e quindi di averlo fatto nel loro interesse. Nonostante i suoi goffi tentativi di ingraziarselo, sarà ritenuto colpevole e giustamente punito.

Nell’allestimento dello spettacolo l’atmosfera esistenziale, sottolineata dalle luci caravaggesche di  Toño Camacho, balza fuori in tutta la sua allucinante crudeltà proiettandoci con forza in  un mondo dove i morti condizionano i vivi e il presente è sovrastato da un ieri che impone le regole, determina gli eventi. L’odio e la vendetta sono la misura di tutte le cose, ma quando la vendetta è compiuta e l’odio cade appaiono i loro foschi e miseri limiti. Il passaggio dall’odio a una sorta di pietà è una conquista che affiora nella drammaturgia euripidea e s’insinua nella regia efficace di José Carlos Plaza.

Hecuba, nella scena finale, si allontana dalla disputa, sorda alle maledizioni lanciate da Poliméstore contro di lei ed Agamennone. S’inginocchia al centro di una scena significativa e scarna, disegnata dallo stesso José Carlos Plaza e inizia a raccogliere manciate di sabbia che lascia lentamente ricadere sul capo e via via sul corpo, come a volersi seppellire. Un universo di emozioni passa attraverso quei movimenti ieratici a suggerire dubbi e interrogativi. Hecuba somatizza la follia in un gesto autolesionista? Oppure la sua è un’azione catartica, la richiesta di un perdono? Ognuno cerchi la sua risposta.

Come ha detto lo stesso Juan Mayorga, il drammaturgo madrileno più rappresentativo della sua generazione, Premio Nacional de Teatro 2007, Premio Ceres 2013,ora in scena a Madrid con “El arte de la entrevista”,che ha curato l’adattamento di questa Hecuba,“Il teatro accade nel pubblico, non nei ruoli ideati dall’autore….accade nell’immaginazione, nella memoria, nell’esperienza dello spettatore”. Tenendo fede a questa idea, sviluppa la sua versione accentuando l’aspetto simbolico dell’opera mediante un  linguaggio poetico che coinvolge lo spettatore, artefice essenziale con la sua libera interpretazione per il raggiungimento della completezza stessa del testo. In questo scambio, che si crea fra chi allestisce il testo e chi ne usufruisce, si realizza un confronto fra l’individuo e la collettività.

Entrambi divengono testimoni e compartecipi della contemporaneità, oltre che dell’evento scenico.
Tornando alla nostra Hecuba, che reitera il suo gesto esasperato cospargendosi di sabbia, all’improvviso “s’ode un religioso silenzio”. La platea ammutolisce, con il fiato sospeso vive  l’angoscia della sua eroina finchè un fremito non interrompe l’incantesimo.
Un brivido corre tra il pubblico e scioglie le emozioni che esplodono in  una lunga standing ovation.
Ma la performance non finisce qui. Continua fuori il teatro, dove la gente che ha partecipato alla rappresentazione aspetta gli interpreti: José Pedro Carrión, Juan Gea, Pilar Bayona, María Isasi, Alberto Iglesias, Luis Rallo, Alberto Berzal, Denise Perdikidis, Marta de la Aldea, Zaira Montes e soprattutto lei : Concha Velasco. “Conchita” la chiamano affettuosamente, mentre le chiedono l’autografo e di fare una foto insieme. Lei sorride e gentilmente si offre agli abbracci.

 E’ una donna sincera oltre che una grande artista. Ha confessato alla stampa come il risentimento nei confronti di suo marito Paco Marso’ le abbia impedito di vivere serenamente e di godersi il successo che ha accompagnato la sua fulgida carriera. Ha iniziato giovanissima come tersicorea presso il Corpo di Ballo de “La Ópera de A Coruña”, è stata “chica de revista”, “bailaora” di flamenco nella compagnia di Manolo Caracol e ha ottenuto grande popolarità anche come cantante in una fortunata trasmissione televisiva. Inoltre ha interpretato molti film, spettacoli teatrali e programmi televisivi di cui è stata protagonista di significativo consenso. Nel 2011 è stata posta una stella con il suo nome nel Paseo de la Fama de Madrid. Nel 2013 l’accademia del cinema spagnolo le ha assegnato per la sua importante carriera artistica il premio Goya de Honor.

Ora “Conchita” però ha perdonato Paco e a distanza di quattro anni dalla sua morte si è liberata “del lastre del rencor”, della zavorra ed è   finalmente felice. Inoltre ha debuttato in un’altra veste, quella di autrice di “Claves para reforzar tu memoria”. Un libro di “gymnasia mental” che ogni madre e/o ogni nonna leggerà volentieri: pieno di esercizi divertenti e molti consigli per rinforzare la memoria.
Lo spettacolo di  Hécuba, nato nell’estate 2013 con la direzione artistica di Jesús Cimarro nell’ambito del 59° Festival Internacional de Teatro Clásico de Mérida  in collaborazione con la Pentación Espectáculos, è  arricchito dai costumi di Pedro Moreno e dai suoni e dalle musiche originali di Mariano Díaz. Nella stagione in corso ha toccato le città e i teatri più importanti di Spagna.

Autore: admin

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