Sauro BORELLI- Amore da una sconosciuta (analizzando “Lei”, un film di S. Jonze)

 

 

 

Il mestiere del critico



AMORE DA UNA SCONOSCIUTA

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Analizzando il nuovo film di Spike Jonze “Lei” (“Her”)

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Quando pensiamo a certi film del cuore, a noi viene subito in mente il capolavoro di Max Ophüls Lettera da una sconosciuta (dall’omonimo racconto di Stefan Zweig) che un duo d’attori d’eccezionale maestría – la fulgida Joan Fontaine e l’algido Louis Jourdan – esaltò al massimo in una vicenda insieme intensamente romantica e disperatamente desolata. E, appunto, vedendo ora il nuovo film del dotato cineasta americano Spike Jonze (già accreditato, nel 2009, dell’originale Nel paese delle creature selvagge) intitolato icasticamente Her (in italiano, Lei), la memoria ci ha ricondotto al menzionato Lettera da una sconosciuta, non tanto, non solo per qualche vaga analogia tematica, ma proprio per la coincidenza pure approssimata con l’elemento drammatico cui si rifà il film di Jonze.

A parte questo richiamo, non sussistono altri aspetti narrativi tra l’opera ormai consacrata di   Ophüls e quella tutta innovativa di Jonze. L’innesco di Lei, infatti, si mostra subito caratterizzato da uno spunto evocativo del tutto attuale. Theodor Twombly (interpretato con esemplare misura da Joaquin Phoenix) è un singolare scrittore dedito soprattutto, per scelta e naturale attitudine, a redigere lettere per conto di chi, totalmente inetto a simile pratica, abbia necessità o semplicemente desiderio di corrispondere con amici, parenti, amanti (in ispecie) dietro congruo compenso.

C’è da dire subito che questo insolito rapporto epistolare – presto sconfinato in un legame diretto tra l’estensore delle lettere e i suoi succubi committenti – si tramuta passo passo, nel caso particolarissimo, tramite computer, in una sempre più incalzante love story tra il frustrato, divorziando Theodor e l’inaspettata sortita dal profondo mondo elettronico di Samantha, prima soccorrevole solidale, poi – addirittura – consistente, sentimentale compagna di ogni scorcio esistenziale.

Ovvio che una tale strategia narrativa impone la costante presenza in primo piano del turbato e comunque sempre più coinvolto Theodor in una logica comportamentale condizionata avvertibilmente dall’eccezionale ménage (persino con fiammeggianti sussulti erotici). Tanto che la sua vita, i suoi rapporti col resto del mondo risultano viziati dall’incombenza sempre più invadente del Servizio Operativo – questo il nome in codice di Samantha –, fino al punto che la realtà si annebbia in un torpido, diradato microcosmo. Persino la raffigurazione di “interni” ed “esterni” si prospetta qui in una dimensione quasi metafisica di paesaggi metropolitani pencolanti tra una sconfinata Los Angeles e un’allarmante Shangai. Cosicché il disorientamento presto affiorante nel confuso Theodor si condensa progressivamente in un’inquietudine che l’ambigua Samantha non riesce a dissipare.

Il fatto dirimente è che il cosiddetto Sistema Operativo ubbidisce a precetti, regole del suo stato di entità artificiale, sofisticata fin che si vuole, ma non mai coincidente con i caratteri, le facoltà specifiche di un individuo umano. Ed ecco, dopo un lungo trepestare tra dichiarazioni d’affetto e sconfortanti avvisaglie di disincanto che l’idillio tra il sempre più allarmato Theodor e la fantasmatica – è proprio questo il termine giusto – Samantha naufraga tra sbalorditivi intoppi confessati dalla voce femminile (in originale Scarlett Johansson, in italiano, Micaela Ramazzotti) quasi a modo di alibi o di inessenziale risarcimento per il già idoleggiato (e ormai vinto) amante.

C’è, poi, nell’epilogo tutto acquietato, con Theodor consolato da una vecchia amica, un’increspatura ironica che, se non spiega a fondo tutta la vicenda sentimentale, sancisce una volta di più l’aleatorietà dell’amore e dei suoi effimeri riti. Si dirà, è poco per una ipotetica morale. E abbastanza, invece, per il trasparente gioco imbastito con bravura da Jonze e da tutti i suoi collaboratori. La prossima volta, siamo sicuri, farà meglio.

Un’ultima considerazione a parte per questo curioso Lei: sebbene sembri fin troppo smagliante come idea ispiratrice – a parte l’accenno al memorabile Lettera da una sconosciuta – si contano parecchi precedenti citabili nella storia del cinema. In primis, addirittura il rosselliniano L’amore (1948) che nell’episodio iniziale, La voce umana, (ispirato a Jean Cocteau) mette in campo un’istrionica Anna Magnani in disperato dialogo telefonico con un amante sempre renitente; quindi una sortita luciferina del compianto Ferreri che nel suo I love you (1986) lascia in balia di un sonoro portachiavi il povero play boy parigino Michel (Christopher Lambert); e, infine, il raffinato racconto di Maselli (anch’egli arieggiante Cocteau) Codice privato (1988), ove una controllatissima Ornella Muti dà verità e poesia a un’interminabile, presunta telefonata d’amore (con annesso prototipo di computer, rivelante scomode verità).

Autore: admin

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