Dorme sulla collina- Baumi, produttore e distributore cinematografico

 


Dorme sulla collina


KARL”BAUMI”  BAUMGARTHER

Produttore, distributore cinematografico

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(Cristina Piccino*)- Si chia­mava Karl Bau­m­gart­ner ma per tutti era «Baumi», lo rico­no­scevi subito nella con­fu­sione dei festi­val, Can­nes, Ber­lino, Vene­zia, con la massa di capelli bian­chi e gli occhi gen­tili nasco­sti die­tro agli occhiali. Baumi era pro­dut­tore e distri­bu­tore, insieme a Rei­n­hard Brun­dig aveva inven­tato più di trent’anni fa la Pan­dora film che giò dal nome cine­filo in omag­gio a Il vaso di Pan­dora di Pabst era una dichia­ra­zione di intenti. La scom­messa dei due ragazzi, uno, Baumi, di ori­gine sud­ti­ro­lese «emi­grato» a Fran­co­forte all’inizio degli anni Set­tanta, era infatti quella di soste­nere il cinema di ricerca, indi­pen­dente, pri­vi­le­giando i gio­vani talenti, spesso loro coe­ta­nei, che diven­te­ranno la nuova gene­ra­zione degli autori del cinema mon­diale.

E que­sto fino a oggi, scom­messa dopo scom­messa, in sce­nari pro­dut­tivi mutati dove però Baumi con­ti­nuava a muo­versi con la stessa osti­nata pas­sione degli inizi per quel cinema fuo­ri­classe del quale era diven­tato un rife­ri­mento fon­da­men­tale.
Mi viene in mente l’ultimo, magni­fico (da noi ancora ine­dito) film di Jim Jar­mu­sch, Only Lovers Left Alive, che Baumi aveva pro­dotto, come tanti altri film del regi­sta ame­ri­cano, per­ché a quel fare cinema Baumi appar­te­neva per sto­ria, espe­rienza, cul­tura raf­fi­nata e sen­si­bi­lità. Adam e Eve, i due pro­ta­go­ni­sti del film di Jar­mush (Tilda Swin­ton, sublime, e Tom Hidd­le­ston) sono due vam­piri cul­tori e custodi di pra­ti­che e arti anti­che in via di estin­zione. Pra­ti­che che non hanno più posto nell’oggi, popo­lato da quelli che Adam chiama «gli zom­bie».

E quando Eve arriva a Detroit per rive­dere il suo amante, riem­pie reli­gio­sa­mente la sua vali­gia solo di libri. Nel suo stu­dio musi­cale affol­lato da stru­menti vec­chi di secoli, Adam ricorda il quin­tetto d’archi che ha pas­sato a Schu­bert. Per­ché que­sti vam­piri, di tanto in tanto, hanno biso­gno di mani­fe­starsi nella sto­ria del mondo, roman­tici e com­muo­venti. Ecco, il cinema come rischio, come avven­tura — il film è stato in con­corso al festi­val di Can­nes 2013 — come pia­cere den­tro ai pro­pri amori e lon­tano dagli «obbli­ghi» di mode e ten­denze, a volte visce­ral­mente inat­tuale. Era que­sto che attra­ver­sava la ricerca di Baumi por­tan­dosi die­tro una sto­ria, un’epoca, il bru­ciante desi­de­rio di rivo­lu­zione degli imma­gi­nari a cui il film di Jar­mush sem­bra essere dedi­cato. «Solo gli amanti restano vivi», come la cop­pia di vam­piri ele­ganti e stra­lu­nati che attra­ver­sano i secoli con la una con­sa­pe­volzza lucida sul mondo, forse disin­can­tata, ma mai cinica.

Nei «pro­getti futuri» di Baumi, mol­tis­simi — ulti­ma­mente era tor­nato anche a lavo­rare con una nuova casa di pro­du­zione nel «suo» sud Tirolo — c’è il nuovo film di Oli­vier Assa­yas, Clouds of Sils Maria — che in molti danno già per sicuro sulla Croi­sette — con Juliette Bino­che e Kri­sten Stewart e The Cut di Fatih Akim.
Lo scorso feb­braio la Ber­li­nale aveva con­se­gnato a Baumi il pre­mio alla car­riera, la Ber­li­nale Camera, e a dar­glielo c’era Aki Kau­ri­smaki, un altro dei «suoi» regi­sti.
L’elenco però è lungo. Dagli inizi, quei primi anni ottanta, quando Baumi, comin­cia la sua avven­tura nella distri­bu­zione con Yol di Yil­maz Guney — Palma d’oro al Festi­val di Can­nes. Non è un caso, certo, per­ché Baumi è colto cine­filo, negli anni prima di tra­sfe­rirsi in Ger­ma­nia ha pas­sato del tempo a Roma, lavo­rando come assi­stente alla regia e anche come cri­tico cine­ma­to­gra­fico.

Sono gli anni tra il ’67 3 il ’70, un periodo in cui la scena romana era vitale, under­ground, irri­ve­rente. Sarà Pan­dora a distri­buire Nostal­ghia di Tar­ko­v­skij e Lezioni di piano di Jane Cam­pion, che segna il primo grande suc­cesso per la società. Nel frat­tempo è ini­ziato anche il lavoro di pro­du­zione, sulla stessa linea. Pan­dora pro­duce Under­ground di Kustu­rica, o Faust di Jan Svank­ma­jer, ma la fil­mo­gra­fia di Baumi è appunto lun­ghis­sima, e soprat­tutto ci rac­conta un pezzo impor­tante del cinema con­tem­po­ra­neo, quel cinema non omo­lo­gato, che rivela inven­tan­doli dei mondi.
O quarto da Vanda,
il capo­la­voro di Pedro Costa, o Os Mutan­tes di Teresa Vil­la­verde: die­tro c’è sem­pre lui, Baumi, con quel suo fare discreto, pre­sente ma senza inva­dere il foto­gramma.

É ancora lui a cre­dere a un film come PolaX di Leos Carax, grido d’amore a quel cinema cata­stro­fico non solo pro­dut­ti­va­mente, ma unico, visce­rale, visio­na­rio, lon­tano dai cal­coli. Con Carax Baumi torna in Holy Motors, uno dei film più dirom­penti degli ultimi anni, atto d’amore per un cinema ormai forse impos­si­bile, che pure è sem­pre lì e come le limou­sine di Mr.Oscar, il pro­ta­go­ni­sta, non cessa di stu­pire. E di pro­vo­carci con la sua vita­lità inaf­fe­ra­bile.
Scor­riamo ancora i titoli: Pri­ma­vera estate autunno inverno e ancora pri­ma­vera di Kim ki Duk, 35 Rhums di Claire Denis (della quale ha pro­dotto anche l’ultimo Les Salauds), Mira­colo a Le Havre di Kau­ri­smaki, Il sen­tiero di Jasmila Zba­nic, Irina Palme … Un’idea di cinema forte la sua ma soprat­tutto non chiusa in sé stessa, con spe­ciale pre­di­li­zione per gli sguardi non for­mat­tati. Dote oggi sem­pre più rara.(ansa\*ilmanifesto)

Autore: admin

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