Sauro BORELLI- Il passato? Un incubo (“Ida”, un film di P. Pawlikowski)

 

 

 

Il mestiere del critico


 

IL PASSATO? UN INCUBO

 

“Ida”, il nuovo film di Pawel Pawlikowski

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Già. Proprio così. Pawel Pawlikowski, cineasta dai dati biografici e professionali cosmopoliti – d’origine polacca, espatriato via via in Italia, Germania e Inghilterra – superata la soglia dei cinquant’anni e con un film di pregio all’attivo, My Summer of Love, ha scelto di ritornare in Polonia per realizzare nei luoghi e tra gli eventi, appunto del suo Paese, una vicenda tutta intrisa di fatti, di suggestioni legati all’angoscioso passato della Shoa e degli anni successivi altrettanto tormentosi: un incubo a occhi sbarrati sul passato che ritorna. Anzi, che persiste irriducibile.

Ida s’intitola il nuovo film riferendosi alla sorprendente, originaria identità della giovane Anna che, diciottenne, ospite da sempre di un convento e novizia in attesa di farsi suora, nel 1962, viene traumaticamente posta di fronte alla scoperta di sapersi ebrea per nascita (di nome vero Ida) e di avere come unica parente la zia Wanda, già combattente antinazista e, in seguito, zelante procuratore partecipe dei famigerati processi orditi dallo stalinismo imperante.

C’è innanzi tutto in questa densa materia prospettata sullo schermo con un raggelato (in tutti i sensi) “bianco e nero” (squadrato secondo vecchi codici di proiezione) che con cadenza austera dipana l’ordito di una sorta di apologo dalle rifrangenze morali complesse e problematicamente inquietanti. Non tanto, non solo per la condizione d’eccezione della giovane Ida, ma perché risulta decisivo l’elemento d’innesco di una perlustrazione accanita, impietosa sui guasti, le distrofie di una società – quella della degenerazione del potere socialista –, di una pratica politica ed esistenziale viziata a fondo dall’autoritarismo e dal conformismo dell’epoca.

E tutto ciò, salta fuori non attraverso predicatorie tirate contro la situazione esistente, ma proprio grazie all’affiorare di segni e indizi della realtà malata in cui incappa la disorientata Ida. Un primo, scioccante impatto la giovane novizia lo subisce quando la badessa del convento in cui vive l’informa (anche con gentile circospezione) del suo autentico stato; quindi, un’altra brusca sorpresa le è inflitta dalla cruda accoglienza della ritrovata zia Wanda che, travagliata per suo conto dalle proprie colpe e dai propri vizi (è pressoché alcolista, fumatrice accanita e sessualmente disinibita), soltanto a stento riesce gradualmente a consentire di aiutare la nipote a ritrovare il luogo ove i genitori sono stati uccisi nel corso della guerra.

Posta di fronte alle consuetudini e ai riti tutti materialistici della città in cui vive la zia, Ida prova goffamente ad adeguarsi a simile treno di vita. Normalmente, però, ci riesce male pur instaurando con un giovane sassofonista un rapporto sentimentale molto precario. Una volta, peraltro, scoperto sia il luogo ove giacciono i corpi dei genitori e persino chi presumibilmente li ha uccisi, la sempre più turbata Ida, viene posta di fronte all’impensabile suicidio della zia Wanda, distrutta dal ricordo delle passate, sconvolgenti esperienze belliche e personali, sia dalla constatazione amara del proprio totale fallimento umano.

Così strutturato il racconto dispiegato dal film Ida si consolida con una progressione attenta, rigorosa – molti hanno, a torto, tirato in ballo Dreyer, Polanski, Bresson, ma l’idea e l’impianto espressivi sono qui tutti autonomi –: in tal senso gli interpreti tutti (dai nomi intricati come un’insalata di consonanti) sono superlativi e anche l’esito complessivo della vicenda si dispone sullo schermo come l’acquietata avventura di Ida che, esperito l’incontro-choc della sua vita, ritorna rassegnata – e dimentica di sé, del mondo, degli uomini – al suo desolato, glaciale convento. In cerca di sé, ancora e sempre, e forse di qualche altra indefinibile consolazione o risarcimento.

Autore: admin

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