Vincenzo SANFILIPPO- Quel bizzarro mondo di Arias (“Circo equestre Sgueglia”di Viviani.Teatro Argentina,Roma)



Teatro         La sera della prima



TRA I CARROZZONI DI ARIAS

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“Circo equestre Sgueglia”. Testo e musiche originali di Raffaele Viviani Coproduzione Teatro Stabile di Napoli, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Teatro di Roma   Regia Alfredo Arias, con Massimiliano Gallo, Monica Nappo,Lino Musella, Tonino Taiuti, Gennaro Di Biase,Giovanna Giuliani, Carmine Borrino,Autilia Ranieri, Lorena Cacciatore,Marco Palumbo e con la partecipazione di Mauro Gioia. Musicisti Giuseppe Burgarella (pianoforte) Gianni Minale (fiati), Alberto Toccaceli (percussioni) Marco Vidino (chitarre e mandolino) scene Sergio Tramonti, costumi Maurizio Millenotti, luci Pasquale Mari, arrangiamenti musicali Pasquale Catalano, coreografie Luigi Neri, sopratitoli Luca Delgado Teatro Argentina –Teatro di Roma sino al 23 marzo

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L’allestimento riproposto dal regista argentino Alfredo Arias riconduce il testo di Viviani “Circo equestre Sgueglia” alle maggiori esperienze novecentesche e consente, quindi, attraverso una rilettura aggiornata, la riproposta di un grande autore. Arias racconta il teatro di Viviani come metafora universale di un mondo povero e precario. «Napoli – afferma il regista – non può mai lasciare indifferenti, è una sorta di esperienza assoluta, e se le parole di Viviani sono ancora oggi così attuali, è perché sono figlie autentiche di questi luoghi». Si racconta un dramma ambientato tra baracconi, giostre e trapezi, attraverso le alterne vicende della famiglia proprietaria dell’omonimo circo. Notiamo in questa messinscena un approccio drammaturgico inter disciplinare con partiture musicali di Viviani dove convivono frizzante comicità, canzoni partenopee e buffe smargiassate recitative; di un mondo di creativi clown, consapevoli dell’irraggiungibilità della bellezza e della purezza, su uno sfondo di miseria e torbide sopraffazioni.

Una nuova nozione del comico sembra nascere dal fondo della Psiche nella storia dei linguaggi artistici del ‘900; e non a caso la poetica dello “slittamento semantico” (inerente l’ immagine) coincide con il primo manifesto del surrealismo i cui temi sembrano confluire con l’attorialità del teatro partenopeo: alcune esibizioni di questo Circo Sgueglia costituiscono il recupero di personali performances del Viviani interprete dei suoi iniziali atti unici, ruoli in cui l’autore- attore si metamorfizzava nel corso delle proprie recite e che nel testo a più personaggi quei ruoli rivisti e ampliati vengono qua deliberatamente inserite in un più organico mosaico scritturale. Ciò non toglie che le singole prestazioni, anche se nate da un’autonoma pratica di palcoscenico, s’inseriscano perfettamente nel nuovo contesto: la presenza di lapsus ed equivoci di ogni specie, l’abolizione della logica in favore di un mutamento d’ottica o di registro; l’immaginazione come prolifica surrealtà, l’autocaricatura, la deformazione, la maschera come rimando a un grottesco formale; la satira ironica, amara, grottesca su personaggi pavidi raccontati in una dimensione “ischeletrita”; o, se vogliamo, come sottintesa “metafora politica” del testo che Raffaele Viviani scrisse dopo la plateale e al contempo aleatoria parodistica Marcia su Roma del 1922; siano “canti”, anche quando sono in prosa, di una scrittura rapsodica, che ha per tema la resistenza dell’individuo alla revocabilità persistente del proprio destino.

Un grande sipario/telone dipinto visualizza una metafisica piazza circondata da cubici caseggiati in stile littorio con finestre ma senza balconi. L’alzata del telone mostra la scena costituita da un essenziale circo equestre nel mezzo della piazza Mercato; due sgangherati carrozzoni gitani, uno a sinistra l’altro a destra, provvisti di praticabile con scaletta, abitazione bohèmes di poveri cristi. L’attendibile ricostruzione scenografica del Circo equestre Sgueglia è luogo circense assai promiscuo, costituito da un bailamme di coppie di clown e di atleti del corpo che si tradiscono in modo parossistico. Specchio deformante di un’umanità in dissipazione. In quest’originale vita da circo equestre con brani da romanzo d’appendice e spezzoni da passerella, non mancano, com’è tradizione nella compagnia di acrobati, le coppie omologhe: due attori comici, un attor comico e un’attrice, un attore triste e un effeminato, coppie che interpretano antipasti di gelosia e minestra di dolori. Intorno saltimbanchi con vite tribolate sempre a trottare e digiunare e desinare con pane e acqua conditi da pazienza.

La tipologia comicale è quella del rifacimento restaurato, dove si racconta una pista vuota che genera la dissipazione creativa, causa la sconfinata disperazione sociale di un circo scalcagnato e in agonia. Una comicità da poveri cristi costituita da citazioni di vecchi moduli e perfino da anacronistici procedimenti per far ridere, per cui un abbraccio fugace del clown macho verso la ragazza belloccia del circo diventa un gesto d’impudente erotismo; e, analogamente, una carezza ai capelli non può che dettare:. Allo stesso modo, l’ingresso del marito tradito pieno di vistosi turbamenti si traduce in effetto teatrale omertoso da parte della comunità circense, che sa e tace. Una comicità dunque che riutilizza e reinventa il campionario fisso di espedienti dialettali, intrecciati in un enigmatico arabesco fonetico che, dal folclore verbale, evolve verso il surreale più puro costringendo la trama delle voci ad acrobatici ibridazioni umoristiche. Uno spettacolo costruito su contaminazioni tra passato e presente, con Mauro Gioia che fa da dandy canoro e narratore della storia, con Massimiliano Gallo e Monica Nappo nelle vesti dei due personaggi vittime, con Tonino Taiuti nei panni di un trait d’union commovente, con Francesco Di Leva nella parte di un forzuto e con Gennaro Di Biase in una fattispecie en travesti.

Protagonisti sono Zenobia, la moglie del cavallerizzo Roberto, e il clown Samuele. Il loro è un amore vero e sincero, ma non per questo felice: come la vita. Viviani, che ne fu anche il primo interprete nel ruolo di Samuele, al fianco della sorella Luisella, vi costruisce intorno una storia vivace e colorata, in cui i momenti comici si alternano a situazioni melodrammatiche. Una storia che crea un doppio triangolo marito-moglie-amante, perché Zenobia è moglie di Roberto, il quale è pazzo di Nicolina, la figlia del proprietario del circo Don Ciccio; mentre Samuele è il marito di Giannina che ama però il toscano Giannetto. Di là da questo intreccio (Roberto scapperà con Nicolina e Giannina con Giannetto), il testo acquista forza espressiva e valenza originale soprattutto per la sua componente corale, sulla quale punta con decisione e coerenza la regia. Alfredo Arias, per la prima volta alle prese con il teatro di Viviani, v’individua all’interno molte assonanze culturali e, in particolare, la presenza dialettica di un doppio gioco: la rappresentazione immaginativa circense, e la cruda quotidianità dell’esistenza. Il finale è a sorpresa giacché il loro ricomparire a sipario chiuso sul proscenio ingloba la dimensione del tempo trascorso.

Quei Clown si ritrovano anziani in un abbraccio di mutuo soccorso, anche quando l’esistenza precaria li schernisce, tenta di eluderli ancora, me E la vita sfugge da ogni parte: ma questi personaggi “diventati umani” riluttano a questa sottrazione opponendo le più disparate strategie di sopravvivenza e un comune registro di indomita fierezza ‘dell’essere comunque stati uomini di spettacolo’. Prolungati applausi con ovazioni per un allestimento realizzato compiutamente anche tramite i colorati costumi di Maurizio Millenotti e la vitale recitazione di una compagnia d’attori molto affiatata.

Autore: admin

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