Francesco NICOLOSI FAZIO- Un Oscar da bagno (“La grande bellezza”, una visone in ‘romanesco’)


 

A Roma, a Roma…


L’OSCAR DA BAGNO

La grande bellezza

Una lettura in ‘romanesco’

 

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Fellini, Talking heads, Scorsese, Maradona. All’appello manca D’Agostino ed il suo “Cafonal”. In realtà, mentre per Federico si può intravedere (in Sorrentino) una modesta intenzione di rifacimento della “Dolce vita”, per il complesso inglese, per il regista italo-americano e soprattutto per “El pibe de oro” non si rinviene traccia alcuna nel film. Parliamo della “Grande bellezza”, che era stato dichiarato, nelle sedi caserecce, ispirato al sito “Dagospia”, che impietosamente evidenzia le mostruosità della nostra “classe dirigente”, umanità che si materializza esteticamente nelle feste che definiamo, con un eufemismo, cafone. La vittoria agli Oscar, attesa da sedici anni, ci impone un commento, non soltanto al film, anzi. Un altro intero articolo meriterebbe la retorica politica suscitata dal premio.

Tra i ringraziamenti era ben mascherato il vero ed unico uomo da ringraziare: Martin Scorsese. Evidentemente i premi non si vincono solo per la bravura, bisogna creare un gioco di squadra. Anche a maggior livello bisogna ”pagare il pegno”. Non pensiamo di fare una grande rivelazione se diciamo che senza la tessera fascista, presa in tardissima età, neanche Pirandello avrebbe vinto il suo ultra meritato Premio Nobel. Il che è tutto dire. Anche il vivente Dario Fo ha ottenuto il premio grazie ad un grande gioco di squadra, che si è fatto forza anche della completa traduzione delle opere del gran giullare in tutte le lingue scandinave, Qualche anno prima del Nobel, Dario ne dava comunicazione,  al ritiro di un ben più modesto premio, a Montegrotto. Qualcuno forse allora capì. Abbiamo capito dopo, altri non capirono mai. Tra questi il grande Borges che nulla fece per smentire le sue accuse di antisemitismo, che gli sbarrarono la strada al Nobel, premio che avrebbe meritato più di tanti altri.

Tornando al premio dell’Academy (con una o due “c”?) si può immaginare che Benigni ebbe la strada spianata in quanto il suo film univa due grosse componenti del cinema americano: quella italo-americana e quella ebraica. In fondo aveva dalla sua parte la grande maggioranza degli “azionisti” del business cinematografico. Con la “gold share” si ottiene il gold award.

Sorrentino, oltre a Scorsese, deve ringraziare sé stesso, primo per aver fatto proprio un bel film, ma anche per aver fatto un film che è molto in “linea” con la produzione dello “star sistem”  hollywoodiano. Anzi il prodotto è perfettamente aderente all’obbligo che, per il cinema e per ogni arte, impone il modello di oltre oceano: stupire per non far capire. Da oltre venti anni tale “must” ha distrutto il ragionamento nell’arte moderna che “deve” essere straniamento, se non rincoglionimento. Come nella grande massa del cinema americano, bulimico di effetti speciali e fondato su storie come minimo fantascientifiche, con alieni, vampiri e incredibili mostri (anche umani).

In fondo è questo il motivo dell’unico difetto del film: lo scollamento tra lo spot di promozione turistica, determinato dalla presentazione spettacolare (in fondo banale) di una Roma stravista, e la bella storia dello splendido “eroe negativo”, un flaneur egregiamente interpretato   da Toni Servillo. Va da sé che non c’è alcuna visione, né poetica né politica di Roma, neanche come metafora del nostro paese e della condizione umana; in questo è un film perfettamente felliniano. Peccato che manca della grandiosa visione onirica del maestro di Rimini. Questa capacità di fare a meno dell’interpretazione del mondo fu la fortuna di Fellini (Oscar compresi), che fu caldamente appoggiato dalla D.C. (cosa essere?) dell’epoca, che si era rotta del Neorealismo, che “lavava i panni sporchi” fuori di casa.

Non si tratta di “buttarla in politica”, anche perché su tale carenza lo stesso regista ha cercato di rimediare maldestramente, con la penosa (in senso cinematografico) scena dell’arresto del faccendiere vicino di casa, che operava con le mafie “a sua insaputa”. Forse la veduta del Colosseo rende gli uomini ignari anche delle cose evidenti. Chissà dove abita a Roma Sorrentino.

Tanti anni fa esisteva un premio ambito per gli imprenditori “L’O.S.C.A.R. per l’edilizia” dove il nome del premio era un inverosimile acronimo che combaciava con l’ortonimo cinematografico. Vinse tale premio un venditore di ceramiche e sanitari, romano. Fu motivo di una rara invenzione capitolina, usata per classificare il premio errato: loscardabagno. Il film di Sorrentino mi fa venire in mente un’altra rarissima invenzione romanesca, che è la migliore auto-definizione per il vero “carattere” dell’Urbe: burino. Come suol dirsi: “chi fa per(?) sé, fa per tre”.

In fondo il film vincitore comincia e finisce con un bagno.

Autore: admin

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