Vincenzo SANFILIPPO- Serpentopoli (una mostra curata da Fabio Sargentini)



Arti figurative


SERPENTOPOLI

A cura di Fabio Sargentini  Associazione Culturale L’Attico

dal 31 gennaio al 28 marzo

Artisti espositori: Brauner , Capitano, Colazzo, Di Stasio, Frongia, Magritte, Ontani, Pizzi Cannella Puxeddu, Ragalzi, Sini, Tantra Art

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Il nucleo tematico di questa  mostra, costituito dal singolare titolo Serpentopoli, coniato dal curatore–artista Fabio Sargentini, scaturisce dalle sinuose linee-guida ispirate all’immagine iniziatica del serpente con la capacità di ‘rigenerarsi’ cambiando pelle. Come nella filastrocca, di matrice scialojana, che cantava negli anni ’60 Pino Pascali: “Io son come il serpente / ogni anno cambio pelle / la mia pelle non la butto / ma con essa faccio tutto”. Come ad affermare una realtà complessa che subisce variazioni, contaminazioni e rielaborazioni  attraverso la manipolazione dei materiali estra-artistici, inusuali, presi dalla quotidianità, portatrici  di nuovi linguaggi  come si evince in “Pescatori di Perle” e Diarietto teatrale (Ediz. della Cometa) di Sargentini, il quale  alterna l’attività di gallerista promotore di linguaggi d’ avanguardia alla pratica teatrale e letteraria di teatro lirico concettuale.

La mostra installata si articola magnificamente tra le stanze della Galleria l’Attico e le foto in catalogo a cura  di studio Boys, e Stefano Fontebasso De Martino per l’opera di Pizzi Cannella, documentano con gusto scenografico l’ubicazione  delle opere nello spazio espositivo, elevato da mero contenitore a rango di luogo deputato  d’elezione che interagisce con le opere installate valorizzandone al massimo le valenze dei singoli elementi.

L’immagine della copertina  che riproduce  l’opera di Pizzi Cannella, dal titolo Serpe, tecnica mista cm 37×50 realizzata nel 2014,  visualizza una modella di spalle  con una serpe dipinta che le si attorciglia sulla schiena. La parafrasi semantica allora diventa riformulazione di un’esoterica Lilith  che mostra di spalle il proprio lato femminile animato dal  serpente.

Nel quadro di Victor Brauner  dal titolo La maman du poète, 1948, olio su tela, la madre è raffigurata  da un quadrato-casa con in testa un serpentello quasi a sovrintendere alla genesi della poesia surrealista tra normalità “bordeline” e follia: “Quante buone madri e quanti cattivi padri e quanti buoni padri e  cattive madri all’appuntamento con la morale borghese.” Risvolto reversibile dell’essere o del pensiero tra l’interiorità del sintomo e l’esteriorità dell’opera. Interroga quella condizione umana o meglio psichica della modernità che si situa su un bordo fluttuante tra disagio esistenziale, sofferenza psichica, malattia e creazione artistica.

Il quadro dell’altro surrealista, Rene Magritte, visualizzato da una foto (il dipinto è in restauro) non rappresenta in verità un serpente, bensì una forma nera, sinuosa che scivola dentro un’altra forma nera, rigida, e nella compenetrazione indistinta emerge alfine una gambetta umana… il titolo dell’opera, La lutte immmobile, 1928, olio su tela, cm.50×65. “Per me, confessa  Fabio Sargentini, questo dipinto è stato l’emblema per anni della lotta tra padre  e figlio.

Nella stessa sala è esposto un dipinto che Stefano Di Stasio ha eseguito per l’occasione. Ecco di nuovo il simbolo: il serpentello attorcigliato al bastone  è l’antenato mitico, il vivificatore, simbolo stesso della cura, è l’animale originario alle sorgenti della vita e della libido.  La figura centrale piena di senso compiuto campeggia davanti  un lungo corridoio di stanze cromatiche che si susseguono prospetticamente verso la luce; l’uomo che regge il serpentello sembra riflettere attonito sui quesiti della sfera metafisica che normalmente  trascende dalla  volontà.

Lino Frongia espone una tela verticale istallata  sul palcoscenico del Teatrino della galleria d’arte. Il dipinto raffigura un suadente serpentone scuro avvinghiato al tronco nudo di un albero che  si protende come un guardone verso una finestra chiusa.  Ci si domanda: è un serpente o un personaggio, in cui il pensiero e l’azione si rincorrono sdoppiandosi  in dubbio tra essere o non essere? Notiamo come l’installazione, che da pittorica diventa scenografica, possa suggerire un intrigante scrittura di drammaturgia concettuale, dove il serpente è il grande tentatore/manipolatore in questo luogo deputato con tanto di palcoscenico e platea che Sargentini condivide  col  Elsa Agalbato, coautrice e attrice.

E ancora lo scultore Giuseppe Capitano che fa scendere dal soffitto a testa in giù un serpentone come se calando da un albero  protendesse la lingua metallica e biforcuta verso una preda immaginaria. Sinuosa e guizzante è, al contrario, l’anaconda  di Luigi Puxeddu,  che poggiata al suolo sembra, nel suo spiralico movimento, strisciare sul pavimento. Sulla parete di fondo il dipinto  ad olio di Marco Colazzo dove dalla base del dipinto, cromaticamente scura,  lievitano  fluttuanti  serpentelli che s’innalzano verso la parte alta gradualmente fattasi chiara. E’ un tributo all’energia aurorale che transita con fluidità serpeggiante dopo un prolungato buio.

Il lavoro di Sergio Ragalzi consiste nell’anta di una porta double-face. Una maestria artigianale di ready made: da un lato una persiana con una camicia sgualcita, intrisa di scure cromie , dall’altro lato un’iguana  intagliata in stile etnico. Un artista capace di trarre linfa creativa da verità esistenziale.

Paolo Sini è un pittore esordiente alla Galleria l’Attico. Ha una tecnica puntinata, certosina, maniacale; la composizione che ha dipinto produce un effetto ottico cromatico di pieni e vuoti sinuosamente evolventi nel labirinto del cobra.

Il dipinto Tantra del XVIII secolo rappresenta alcuni sinuosi serpentelli striscianti su una serie di caselle disposte come un gioco dell’oca. Tratteggiate in alto ci sono le costruzioni tipiche dell’architettura orientale con torrette e guglie da cui, afferma Sargentini,  si è ispirato per il titolo Serpentopoli.

Ontani è stato esposto sulla parete antistante l’ingresso della galleria, la sua piccola testa di medusa raffigura il volto dell’artista, irriconoscibile per la drammatica smorfia.  Le pupille sgranate e  allucinate dall’orrore  dilagano sul buco aperto della bocca sgomenta, davanti al quale fremono scomposti un groviglio di serpi che ne sconvolgono la fisionomia.

Questo scritto sulla mostra, giocoforza illustrativo, marginale ma necessario, vuol specificare   le intriganti questioni che oggi agitano il panorama della ricerca artistica che,  come sappiamo, si differenzia non poco dal cosiddetto sistema dell’arte.

Autore: admin

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