Sauro BORELLI- La fatica dell’amore (“Allacciate le cinture”, un film di Ferzan Ozpetek)

 

 

 

Il mestiere del critico

 


LA FATICA DELL’AMORE

Locandina Allacciate le cinture

 

Il nuovo film di Ferzan Ozpetek “Allacciate le cinture”

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Interpellato sulla passione amorosa che resiste “anche quando la carne parrebbe sfiorire, ammalarsi”, Ferzan Ozpetek, il cineasta turco-romano al suo decimo cimento registico con Allacciate le cinture, non ha avuto alcuna esitazione rispondendo: “Mi sembrava bello raccontare la fatica dell’amore, del matrimonio, lo sfaldarsi della bellezza…”. E, in effetti, questo suo nuovo film prospettando figure, vicende via via tribolate da contraddittori sentimenti s’inoltra, con alterne emozioni proprio nel folto del mistero amoroso ora con diretto slancio sui casi intricati di una coppia convenzionale, ora nei meandri d’una sessualità perturbata, eccentrica o, semplicemente, trasgressiva. L’intento di fondo di simile avventura? Forse trovare risposta alle diffuse inquietudini d’ogni rapporto erotico-sentimentale; forse ingenuamente dare conto di un vissuto insieme esaltante o deficitario.

Si sa, Ferzan Ozpetek è un autore non nuovo a simili incursioni nel campo della più problematica affettività – suoi sono infatti i considerevoli precedenti, tra gli altri, del Bagno turco, Le fate ignoranti, La finestra di fronte, Mine vaganti, ecc. – come pure in quello di notazioni psicologiche-comportamentali su situazioni costantemente ai margini della più tormentata realtà. Proprio in ragione di tutto ciò, Allacciate le cinture poteva ambire, nella sostanza, a toccare un momento resolutivo di tanta e tale ricerca. A conti fatti, peraltro, l’esito del nuovo film, nonostante fin troppo facili indulgenze di giudizio, non approda davvero ad un livello più significativo di molte  altre realizzazioni di analogo impianto narrativo riscontrabile nella profluvie di commedie e nelle farsesche pellicole che, pure, riscuotono oggi incongrui riscontri di pubblico.

In tale carente risultato il film si consolida, con affannosa, ripetitiva monotonia, negli altalenanti sentimenti che, dapprima, deflagrano (inspiegabilmente) tra la gentile, cordiale Elena (interpretata con ammirevole bravura da Kasia Smutniak) e il rozzo, irascibile Antonio (anch’egli adeguato al ruolo per naturale, legnosa inespressività); quindi, con l’infittirsi di nuovi incontri e successive vicende di letto e d’amore, il tutto marcia spedito nel solco di un melodramma dalle prospettive sia deprimenti, sia fin troppo consolatorie. Detto in breve, il precipitoso rapimento d’amore tra Elena e Antonio – attorniati da altri idilli e contrasti sia eterosessuali, sia d’altro genere, come quelli del giocoso Fabio e delle presunte, attempate sorelle (interpreti le sempre attente Elena Sofia Ricci e Carla Signoris) – si consuma presto con amorazzi squallidi dell’uomo e con la sofferta tolleranza della sua compagna.

Come si sa, tuttavia, l’amore irriducibile può tutto e, i due pur intiepiditi amanti, convolano a nozze, fanno figli e, di riffe e di raffe, pervengono, dopo tredici anni, ad un traguardo cruciale: la dolce, ma non rassegnata Elena, frattanto impegnata nella gestione di un locale per giovani, si scopre, con grande apprensione, affetta da un tumore al seno. Di fronte a simile, grave avvisaglia anche il roccioso Antonio, per una volta, si scuote nel profondo e trova in sé insospettate risorse dell’antica passione. Così si ripiega su Elena, trovando persino lo slancio per una prodiga notte d’amore. La qual novità sembra rimettere le cose a posto non solo tra i due coniugi, ma anche tra i restanti figuranti della storia di   Allacciate le cinture, non esclusa la grottesca, agroilare intrusione di una saturnina compagna di malattia della sempre sorridente Elena. Tantoché il film volge irruentemente al riso e ai sognanti flashback mentre una melodia insulsa commenta – epidermicamente – la soluzione del fosco dramma.

Certo, il proposito iniziale di Ozpetek potrebbe apparire come avallo per questo finale piuttosto esiguo, ma a pensarci bene Allacciate le cinture si dimostra, così concepito e realizzato, come una vistosa caduta di tono e di stile nella parabola creativa del pur dotato autore turco-romano. Specie se raffrontiamo questo nuovo lungometraggio, ad esempio, al garbato, ironico Le fate ignoranti e al più pensoso, sofisticato La finestra di fronte. Ciò che, insomma, delude in questa nuova prova di Ozpetek è, ci sembra, la supponente inconsistenza con cui s’intorbidano le cose affrontando temi e toni della più appartata, segreta attitudine umana: appunto, l’amore. E, questo, con buona pace di tutti gli indebiti peana ad Allacciate le cinture, cui bisognerebbe rispondere: allentatele pure, non c’è rischio alcuno.

Autore: admin

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