M. Ca.- Qualcosa di monocorde (“Storia d’inverno”,un film di A. Golsman)

 

 

Cinema      Casa d’altri*



QUALCOSA DI MONOCORDE

Locandina Storia d'inverno

 

“Storia d’inverno”, un film di Akiva Goldsman


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Peter Lake è un ladro abile e scaltro nella New York di inizio Novecento. Orfano raccolto sulle rive dell’Hudson da pescatori di vongole, Peter cresce sotto l’ala protettiva di Pearly Soames, boss dei Five Points e demone che trova soddisfazione nel sangue. Tradite le aspettative del suo mentore, che lo voleva assetato di vite umane e lo sognava erede di un trono oscuro, Peter è costretto a lasciare New York per salvaguardare la sua vita e la sua etica. Ma un cavallo bianco, pieno di grazia e di sorprese, conduce il suo destino in ben altra direzione. Incrociato lo sguardo di Berverly Penn, giovane donna malata di consunzione e a un passo dalla morte, Peter se ne innamora perdutamente. Inseguito da Soames e i suoi scagnozzi, decide infine di restare in città e di ‘rubare’ il cuore della ragazza dai capelli rossi, vagheggiandola come una stella e inseguendola oltre i confini del tempo.

A volte basta una ragione per sopportare un film ingenuo e non propriamente riuscito e molto spesso quella ragione risiede in un attore e in un ruolo. Russell Crowe, ‘cattivissimo’ co-protagonista di Storia d’inverno, incarna da solo la malia di una favola che parla di miracoli senza riuscire a farne uno che confermi col suo potere lo spettatore nella fede-cinema. Se l’intercessione di Crowe non basta a risollevare le sorti di una storia d’amore consumata tra ombre e luci, tra ragioni artistiche e logiche di marketing, nondimeno l’attore sollecita con la sua performance un’interessante riflessione intorno al Male e alla sua resistenza al Male. Perché Russell Crowe è da sempre eroe di impeccabile fattura, interprete di personaggi verticalmente positivi, talmente formidabili e scomodi da non poter più scendere al livello dell’uomo comune. Di questa eccezionalità il corpo di Crowe porta i segni e rivela il carisma, la statuarietà, l’inamovibilità e la centralità anche quando è chiamato a essere un villain con gli occhi gonfi di braci dentro impasti coloristici, fra notti che non sono notti e giorni resi incerti dalla luce.

La prima regia di Akiva Goldsman, celebre sceneggiatore di A Beautiful Mind, Cinderella Man, Io sono leggenda, Il Codice da Vinci, lo arruola nella fila dei cattivi, provando a corrompere la sua straordinarietà. Punctum della visione, Crowe catalizza sguardo e interesse del pubblico, di cui imprigiona il libero arbitrio, conquista gli occhi e ruba l’anima. Pearly Soames è insomma l’ardente ‘luogo’ della dannazione che aspettiamo di (ri)vedere spuntare di nuovo, a cavallo o (sol)levato in faccia al nemico, che ha il volto e la irishness di Colin Farrell. In fuga dal Soames di Crowe, Farrell interpreta l’innamorato letteralmente imperituro che non verrà mai meno alle sue promesse e alla sua amata. Storia d’inverno è un dramma sentimentale che si serve della fantasia e degli effetti speciali per arrestare il tempo e riscrivere il destino dei suoi protagonisti. Peter e Pearly, cristallizzati e impermeabili al decadimento, rivendicano l’eternità della propria bellezza e della propria dannazione, cullando ciascuno l’illusione di vendetta o di remissione. Il loro fisico sfida le leggi della natura e produce una storia che fluttua tra passato e presente, che dice di una passione mai tragicamente romantica.

A mancare all’opera prima di Goldsman è l’idea di una forma visiva e narrativa capace di resuscitare l’incanto di un sentimento declinato attraverso ‘gli oceani del tempo’. All’inesplorato, il regista preferisce il concetto esplicito, la parafrasi e personaggi che si comportano come ci si aspetta faccia il cliché del buono, del mediocre, del saggio, dell’innocente. Il digitale non accomoda poi l’assenza di struggimento e il culto della superficie, ‘congelando’ un paesaggio narrativo senza via di uscita e gelando (ahimè e ahinoi) quel ‘diavolo’ di un Crowe. Adattamento del romanzo omonimo di Mark Helprin, Storia d’inverno è intrattenimento monocorde senza crepitio se non quello del ghiaccio che affonda i bad guys di Soames. Meglio allora inquadrarlo come inedita faccia dell’epica filmografia di Russell Crowe, forma assiderata del male in look rasato che ‘umilia’ a colpi di cranio quello sempre ricercato di Farrell. Proiettato nel futuro e pettinato all’indietro (*Mymovies)

Autore: admin

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