Francesco TOZZA- Preghiera ad uun Dio che non c’è (“L’orma che scavo”, un libro di A.Manzi)





Scaffale



 

 

PREGHIERA AD UN DIO CHE NON C’E’

 

A proposito de L’orma che scavo, versi di Andrea Manzi, postfazione di Elio Pecora, oédipus edizioni, 2013

****

E’ al suo quarto incontro con la Poesia (che è sempre maiuscola, se deriva da autentica necessità espressiva), Andrea Manzi: giornalista, saggista, drammaturgo, insomma uomo di multiforme ingegno, come avrebbe recitato la retorica di altri tempi; più cautamente, oggi, si potrebbe definirlo un appassionato viaggiatore tra i vari linguaggi della comunicazione, con il desiderio di attraversarli tutti, o quasi tutti, senza però farsi imprigionare, definitivamente, da nessuno, coltivandoli invece insieme, per offrire (e offrirsi) fiochi aliti di verità, consapevole che le cose vivono aldilà delle parole che pur le esprimono (o tentano di farlo!); vivono più giù o più su del loro livello di esistenza concreta, e lì dentro le penne inceneriscono.

Ma comunicare è davvero possibile, oggi? E non sembri strano chiederselo proprio nell’età della comunicazione (almeno di quella massmediatica) per eccellenza. Comunicare cosa, poi, e come? Eppure sono queste le domande che un novello ma imprescindibile Amleto, di cui si avverte – tragica – l’assenza, dovrebbe ormai porsi, in una società che spettacolarizza la comunicazione, più che autenticamente praticarla: la “società dello spettacolo”, appunto, non a caso priva troppo spesso di vero teatro (i due termini non sono affatto identici) nei suoi lussuosi palcoscenici, dove non alberga affatto il dramma dei nostri giorni, nelle sue infinite sfumature, quanto piuttosto una sempre più banale commedia umana, tutt’altro che divina…, e le luci della ribalta, quanto mai pervasive, illuminano soltanto silenzi torbidi, veli squarciati su fette di vuoto.

Dove erano natali incipienti, natali di promesse, magari inverabili soltanto sotto i cieli chiusi delle favole, si sono prospettate – per dirla proprio con Andrea Manzi (in una specie di montaggio cinematografico dei suoi inquietanti versi, quasi pellicole febbrili di lontani film muti, il muto del nulla!) – stazioni di una rinnovata via crucis, inversi percorsi dal golgota. Per noi, cacciatori di paradisi sconci, venire giù dalla croce fu brutto: con i piedi in terra il mondo è scemo; e poi schiodarsi, calarsi senza appoggio, che faticaccia! Di fronte a sì doloroso, statico paesaggio è legittima la domanda, angosciante il sospetto: “non torneremo in croce, vero?”. E intanto passano i giorni; per giunta, la fine del tempo si annuncia rabbiosa. Forse, e solo a fine corsa, scopriamo il tracciato alternativo, avvertiamo che facemmo la via lunga invano, e lasciammo inutili orme a quanti come noi, senza bussola, entreranno nella notte dei passi.

E tuttavia, a non darla per vinta alla vita che fugge, alla luce che cala, alla forza che, fiacca, ci allenta, resta comunque la memoria, magari solo ad illuderci della realtà dei fantasmi, con le sue sinistre e beffarde offerte di moto. Altrimenti, incombe l’abisso del silenzio, del quale Manzi – da vero amante della comuncazione – ha, comprensibilmente, un sacro terrore; non a caso vi contrappone l’urgenza espressiva del discorso (non hanno pause, nemmeno una virgola, i suoi versi, che vertiginosamente si inseguono).

L’alta quota della parola, quella poetica almeno (ma non soltanto quella, forse), traduce addirittura un assoluto bisogno di urlare; e pur non ignorando che l’attimo del pregare ha spesso scoperto le carte a mondi truccati, tradendo l’ideale di averlo – intero – il coraggio di vivere, l’Autore non esita neppure a ricorrere alla preghiera, blasfema e appassionata al tempo stesso (“aiutami tu che non esisti”), convinto che le stesse lacrime, mute disperazioni, implicite estensioni linguistiche recitate dagli occhi, appartengono comunque all’alfabeto del silenzio (cfr. la chiusa di Occhi indossati, la sua precedente raccolta di versi, dove peraltro alla parola poetica si riconosce la capacità di captare “i segnali che l’inconscio invia” o, almeno, di costruire “frammenti di senso nei quali risuona l’eco della pulsione di esistere”).

Una conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che la parola poetica è forse l’unica a lasciare traccia di sé (“l’orma che scavo”, appunto) e a sciogliere la “pece lattiginosa” della propria solitudine.

Autore: admin

Condividi