Franco LA MAGNA- La moviola del tempo. I 100 anni della “Cabiria” di Pastrone




La moviola del tempo



 

 

I CENTO ANNI DI “CABIRIA” DI GIOVANNI PASTRONE

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Locandina per Cabiria


 

 

Il film, ambientato tra Catania e Cartagine, è “ l’opera-simbolo più conosciuta e ricordata di tutto il nostro cinema muto”. Costò due anni di lavorazione ed una cifra iperbolica. Oggi è possibile rivederlo nell’edizione integrale di oltre tre ore restaurata dal Museo Nazionale del Cinema di Torino.

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“E’ il vespero, già si chiude la tenzone dei caprai, che la musa dorica ispira sui flauti dispari “a cui la cera diede odor di miele”. E Batto ritorna dai campi alla città, al suo giardino di Catana, in vista dell’Etna”. E’ la prima, reboante, didascalia di “Cabiria” (“Visione storica del III secolo a. C.”, 1914) spettacolare kolossal diretto da Giovanni Pastrone (anche soggettista, sceneggiatore e collaboratore alla scenografia e ai trucchi), il film che pose temporaneamente l’Italia al vertice della cinematografia mondiale, blasonando gli annali della storia del cinema italiano ”per l’autorevole avallo culturale garantitogli dalla paternità frettolosamente attribuita a Gabriele D’Annunzio…” (Martinelli), il poeta per antonomasia allora all’apice della gloria. Generazioni di critici e storici (Prolo, Bernardini, Martinelli, Gromo, Sadoul, Palmieri, Paolella, Usai, Barbaro, Turconi, Calendoli, Verdone, Brunetta…, tanto per citare qualcuno dei nomi di spicco) hanno versato sul film fiumi d’inchiostro, esprimendo giudizi ora entusiastici (“capolavoro”), ora tutt’altro che elogiativi, tutti però collaborando a creare intorno al grandioso lavoro di Pastrone quell’alone leggendario che ancor oggi l’accompagna nel mondo intero e ne fa “l’opera-simbolo più conosciuta e ricordata di tutto il nostro cinema muto”

Esaltato dalla critica del tempo (“prodigio”, “opera d’arte muta”, “poema fiammeggiante”, “meravigliosa manifestazione dell’arte cinematografica”, “valore sommo e indiscutibile”), prodotto dalla “Itala Film” di Torino e presentato – con astuta mossa commerciale – come film totalmente attribuibile a D’Annunzio (che si limitò soltanto ad adattare le didascalie di Pastrone al suo stile magniloquente e consigliare i nomi dei protagonisti), “Cabiria” è tratto in realtà da un’opera poco conosciuta di Emilio Salgari,  “Il romanzo delle fiamme”, circostanza che sia l’ingegnoso Pastrone, scaltra e geniale figura di artista-imprenditore piemontese, che D’Annunzio (ricompensato con la sbalorditiva cifra di cinquantamila lire-oro, che il “vate”sprezzantemente disse di percepire “per dar carne ai suoi levrieri”) negarono sempre, ma che oggi è assoluta certezza. L’aedo della concezione estetica della vita e più tardi araldo del fascismo, diceva anzi – interrogato su “Cabiria” – d’aver ritrovato il soggetto, scritto anni addietro, “tra le sue innumerevoli carte”, mentendo spudoratamente ai suoi ignari interlocutori.

Iperbolico, patriottardo, melodrammatico, inzeppato di miti e fasti imperiali, ma ricco d’invenzioni tecniche (è ormai acclarata l’influenza che ebbe su “Intollerance” di David W. Griffth, considerato il “dio padre” del linguaggio cinematografico, il quale ne acquistò una copia studiandola nei minimi particolari), “Cabiria”  suggella il trionfo del dannunzianesimo nel cinema e il punto più alto della produzione megalomane del cinema muto italiano, scacciando nell’ombra l’umana e immediata evidenza della flebile corrente realista d’un altro film-simbolo di Nino Martoglio e Roberto Danesi (anch’esso del 1914, purtroppo andato perduto a quanto pare nel 1943), sul quale resta però il lapidario giudizio dell’acese Umberto Barbaro, straordinario ingegno siciliano, che lo considera il miglior film muto italiano, antesignano del realismo cinematografico.

Impressionante il copioso cast, formato da stelle di prima e seconda grandezza del tempo: Lydia Quaranta (Cabiria giovinetta), Umberto Mozzato (Fulvio Axilla), Bartolomeo Pagano (Maciste), Italia Almirante Manzini (Sofonisba), Gina Marangoni (la nutrice Coessa), Alex Bernard (Siface),  Vitale De Stefano, altro acese (Massinissa); e ancora: Raffaele Di Napoli (Bodastoret), Emilio Vardannes (Annibale), Eduardo Davesnes (Astrubale), Enrico Gemelli (Archimede), Dante Testa (Khartalo, sacerdore di Moloch), Didaco Chellini (Scipione l’Africano); Carolina Catena è Cabiria bambina. Ildebrando da Parma (alias Ildebrando Pizzetti) compose per il film, uno dei pochi proiettati al Teatro Massimo Bellini di Catania, la celeberrima “Sinfonia del fuoco” di soli 10’, contribuendo anch’egli al clamoroso successo internazionale di pubblico e di critica che l’accompagnò (per quanto, è doveroso ricordare, che la gran parte delle musiche sono del maestro cremonese Manlio Torquato Augusto Mazza). La fotografia è di Natale Chiusano, Augusto Battagliotti, Giovanni Tomatis e del leggendario Segundo de Chòmon (per gli effetti speciali).

Complicata e tortuosa la sinossi: ai piedi dell’Etna la piccola catanese Cabiria vive con il ricco padre Batto. Una notte all’improvviso l’Etna riprende ad eruttare (le scene sono virate, cioè colorate in rosso, mentre l’Etna è un modellino). Durante il terremoto e l’eruzione la bimba è messa in salvo dalla nutrice Coessa, ma i pirati dopo aver catturato entrambe le vendono al mercato di Cartagine, dove sono acquistate dal gran sacerdote Khartalo che vuole immolare Cabiria al dio Moloch. La piccola viene salvata dal romano Fulvio Axilla, in missione segreta a Cartagine e dal suo erculeo schiavo Maciste. Intanto Annibale prosegue la sua marcia verso Roma. Maciste e Cabiria vengono però nuovamente fatti prigionieri da Sofonisba, figlia di Astrubale e fratello di Annibale, mentre Axilla riesce a fuggire. La guerra tra Roma e Cartagine prosegue e Archimede distrugge la flotta romana con gli specchi ustori.

Passano dieci anni. Sofonisba, segretamente innamorata del re numida Massinissa alleato dei romani, viene promessa in sposa dal padre al re di Cirta, Siface. Intanto Axillla tornato a Cartagine ritrova e libera Maciste, reso schiavo, mentre Cabiria è anch’ella schiava di Sofosnisba. Ripresa la guerra Scipione l’Africano sconfigge Siface e Massinissa, conquistata Cirta, va alla ricerca di Sofonisba. Scipione però vuol condurla schiava a Roma, ma la donna si uccide con il veleno procuratole da Massinissa. Creduta morta Cabiria, ormai donna, viene ritrovata da Axilla grazie ad un anello donato dalla vecchia nutrice (secondo il classico e già abusatissimo procedimento dell’agnizione). Tra i due giovani sboccia l’amore. Cabiria sposerà il patrizio Fulvio e riabbraccerà il vecchio padre sulla spiaggia di Catania.

Di recente restaurato e restituito all’antico splendore (nella doppia versione muta e sonorizzata) dal Museo del Cinema di Torino, che degli originari 185’ ne ha salvati ben 183’, “Cabiria” costò all’epoca “come venti film del tempo, la sua lavorazione richiese circa due anni e l’opera completa raggiunse una lunghezza nella durata di proiezione che superava ogni altro lungometraggio, italiano e straniero (oltre 4000 metri, n.d.a.)” (Martinelli). Carmine Gallone, decano del cinema italiano, ne ricavò un fallimentare remake nel 1960 – anni in cui in Italia erano tornati di moda i cosiddetti film “peplum” (storico-mitologici) – dal titolo “Cartagine in fiamme”, coproduzione italo-francese,  “audacemente” introdotto nelle prime scene dal quasi-nudo dell’inglese Anne Heywood, miss Gran Bretagna 1950.

Autore: admin

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