Alberto PICCININI*- Sanremo. Inizia la fiera (imperitura) delle vanità




Sanremo o Sanrenzi?*



INIZIA LA FIERA (IMPERITURA) DELLE VANITA’

Logo del programma Festival della Canzone Italiana di Sanremo

Kermesse canora e contesto politico

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La poli­tica ita­liana e il festi­val di San­remo si sono nutrite per decenni delle pro­prie reci­pro­che vanità. E delle pro­prie debo­lezze. «Se fos­simo a San­remo ci dareb­bero il pre­mio della cri­tica». Così Mat­teo Renzi, in un comi­zio di due anni fa dopo la scon­fitta alle pri­ma­rie. La bat­tuta gli piace: è inge­gnosa, meno con­sunta dei cate­nacci e dei rigori del cal­cio. La ripete altre volte men­tre vede avvi­ci­narsi il tra­guardo: «Noi siamo qui per vin­cere il Festi­val». Ottiene l’incarico con pun­tua­lità cro­no­me­trica nella set­ti­mana di San­remo.

Come dire, il cer­chio si chiude. Allar­gava il campo il regi­sta Paolo Virzì sulla prima di Repub­blica, ieri, nel pro­cla­marsi un vero Sanremo-addicted: «…si con­ti­nuava a per­ce­pire l’appuntamento con San­remo come un pas­sag­gio irri­nun­cia­bile e natu­rale, al pari del Natale, dell’antitetanica, della carta d’identità». Dro­gato di San­remo, Virzì, «ma non come quelli che si diver­tono a farne sber­leffo». Anzi, «con una spe­cie di orgo­glio civico». La pro­fes­sione di un pia­cere inno­cente, spe­cie se gene­ra­zio­nale, va com­presa. Liberi di ade­rire o sabo­tare. Né ade­rire, né sabo­tare. San­remo del resto è il nostro car­ne­vale tele­vi­sivo. C’è posto per tutti e tutto. Il camp e il trash. Mat­teo Renzi e Beppe Grillo.

Beppe Grillo annun­cia via twit­ter che sta­sera sarà a San­remo, mica alle con­sul­ta­zione al Qui­ri­nale. L’inversione della meta­fora è signi­fi­ca­tiva. Nel 1989 lo stand-up festi­va­liero dell’allora comico ruo­tava attorno alla frase: «Dove c’è la tele­vi­sione non c’è la verità». Dopo una giran­dola di De Mita, Mar­telli, Cotu­gno, Jova­notti, si arri­vava alla seguente con­clu­sione (pre-internet): «Noi 18 milioni di rin­co­glio­niti che non sap­piamo darci una voce». L’anno scorso aveva detto che sarebbe venuto a can­tare, poi non si è visto. Quest’anno, minac­cia, sarà «fuori e den­tro il tea­tro». Si vedrà. Il povero Ber­sani, chia­mato all’Ariston da Mau­ri­zio Costanzo nel 2010, si beccò un paio di «basta» e il micro­fono passò al mini­stro Sca­jola. Quelli erano i tempi.

Incre­spa la Rete, intanto, la con­clu­sione di un pezzo del Cor­riere della Sera che cita con non­cha­lance Ennio Fla­iano nel pre­an­nun­ciare «la pla­cida nor­ma­lità» alla quale la cit­ta­dina ligure tor­nerà dopo l’ultima serata: «Lo stru­scio dei pas­santi che fanno su e giù in via Mat­teotti con l’indolenza delle alghe». Fla­iano descri­veva così l’aria di via Veneto, nei giorni in cui scri­veva La dolce vita con Fel­lini. Si dovrà atten­dere il 1968 per­chè dica la sua, da par suo, in una memo­ra­bile pagina di dia­rio tante volte citata sul Festi­val: «Ho visto alla tele­vi­sione una delle serate di San­remo. Ero a cena in casa di amici e non ho potuto sottrarmi».

L’annata fati­dica, la fasti­diosa reto­rica del Nuovo, un antico cini­smo, forse anche il menù della cena, hanno il loro peso nelle ubbie dello scrit­tore: «Que­sti amici inten­de­vano vedere la tra­smis­sione per ragioni di stu­dio, essendo psi­co­lo­ghi e inte­res­sati ai feno­meni della cul­tura di massa. Alla fine mi sono accorto che a loro quella roba pia­ceva». Con­clu­sione: «Il fatto che a can­tare fos­sero dei gio­vani ser­viva a garan­tirli che la loro appro­va­zione rien­trava nell’aspetto gio­va­nile del feno­meno. La verità è che a me lo spet­ta­colo, non so più se ridi­colo o penoso, di quella gente che urla can­zoni molto stu­pide e quasi tutte uguali, mi è parso di vec­chi. Comun­que, se la gio­ventù è que­sta, tenetevela».

E così anche Renzi è sistemato. (*ilmanifesto)


 


Autore: admin

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