Norma RANGERI*- Un governo ‘a prescindere’. Renzi verso Palazzo Chigi




La deriva italiana*


UN GOVERNO ‘A PRESCINDERE’

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Matteo Renzi verso la poltrona di Palazzo Chigi- Berlusconi sarà ‘padre della patria’

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Per pro­fu­mare l’odore acre della mano­vra di palazzo, per dis­si­mu­lare la bru­ta­lità di uno scon­tro fra­tri­cida, per coprire la gra­vità di una crisi extra­par­la­men­tare decisa da un solo par­tito che smen­ti­sce le pri­ma­rie e si fa beffe del dram­ma­tico distacco tra eletti e elet­tori, nel con­clave del Pd la parte del leone l’hanno fatta gli incol­pe­voli poeti. Il segretario-sindaco-futuro pre­mier ne ha tirati in ballo due o tre, per far­gli dire che ambi­zione smi­su­rata e corag­gio sono due virtù, pro­prio quelle che lo spin­gono a cogliere “l’attimo fug­gente” per disar­cio­nare Enrico Letta dalla pol­trona di palazzo Chigi.

L’atto finale è durato un paio d’ore e pochi minuti dopo la vota­zione di un ordine del giorno della dire­zione che gli dava il ben­ser­vito, il pre­si­dente del con­si­glio ha annun­ciato la for­ma­liz­za­zione delle pro­prie dimis­sioni, oggi, nelle mani del Capo dello Stato.

Una mag­gio­ranza che un tempo si sarebbe defi­nita bul­gara ha applau­dito la scelta di una crisi a pre­scin­dere (anche Totò era un poeta ma non ha avuto l’onore della cita­zione). A pre­scin­dere per­ché non una parola è stata spesa per i con­te­nuti di que­sto governo ren­ziano (e tan­to­meno del pro­gramma offerto da Letta alla discus­sione). A pre­scin­dere per­ché niente è stato detto sullo schie­ra­mento alter­na­tivo che dovrebbe sor­reg­gere e giu­sti­fi­care que­sto cam­bio della guar­dia con incor­po­rata garan­zia di blin­da­tura fino al 2018. Tanto che la sini­stra dei Cuperlo e dei Fas­sina ha messo agli atti che se la discon­ti­nuità riven­di­cata da Renzi per la sua ascesa al comando è quella ascol­tata da alcuni inter­venti in dire­zione, «siamo più a destra» del governo che oggi se ne va. Ma solo Civati (in sedici hanno votato con­tro) non si è unito al coro. Denun­ciando il rischio che tutto il Pd, e quel che più conta il paese, affondi defi­ni­ti­va­mente nella palude. Dove solo un ani­male può soprav­vi­vere: il caimano.

In realtà l’unica vera discon­ti­nuità del governo ren­ziano sta nella sot­to­li­nea­tura della natura non più tec­nica, emer­gen­ziale, ma poli­tica e di legi­sla­tura dell’operazione in corso. In altre parole non più un “governo del pre­si­dente”, con Napo­li­tano ispi­ra­tore della sua mis­sione e di alcuni ministri-chiave, come è avve­nuto per i governi Monti e Letta. Pro­prio l’ipotesi più invisa ai diver­sa­mente ber­lu­sco­niani che ieri, con Alfano, hanno scar­tato que­sta ipo­tesi («accet­te­remo solo un governo d’emergenza»), e chie­sto, come anche Ber­lu­sconi, di par­la­men­ta­riz­zare la crisi, met­tendo sul tavolo la carta delle ele­zioni anticipate.

Per il con­dan­nato resu­sci­tato da Renzi al ruolo di padre costi­tuente delle riforme si apre una fase poli­tica pro­met­tente. Poter spa­rare non su un tra­bal­lante gover­nic­chio di pic­cole intese ma sul ber­sa­glio grosso. Oltre­tutto avendo dalla parte del manico quella mag­gio­ranza per le riforme di cui è sem­pre stato un esperto affossatore.

Dieci mesi dopo la disa­strosa scelta delle lar­ghe, poi pic­cole, intese la fase che si apre è figlia natu­rale di quel pec­cato ori­gi­nale, ne porta addosso tutti i segni, a comin­ciare dal modo, dalle forme in cui si è pro­dotta la crisi. In con­fronto, la repub­blica delle banane è un faro di democrazia (*ilmanifesto)

Autore: admin

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