Sauro BORELLI- Omero Joyce (“A proposito di Davis”, un film dei fratelli Coen)




Il mestiere del critico

 


 

OMERO JOYCE

Locandina A proposito di Davis

 

“A proposito di Davis” nuovo film dei fratelli Coen

 

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Qualcuno ha notato, sul conto del nuovo film dei fratelli Coen: “A proposito di Davis è ispirato ‘a un’idea di Omero’ e racconta il ritorno a casa dell’Artista Americano…”. Noi diciamo di più: A proposito di Davis è legato all’idea di James Joyce e del suo rivisitato Ulisse incarnato, appunto, nel personaggio di spicco Leopold Bloom. Si dirà che una tale idea è a dir poco temeraria, ma a seguire certi indizi, qualche trasparenza evidente, neppure tanto peregrina. A suffragio, comunque, di simile ipotesi ecco pronta, ineccepibile, una preziosa pezza d’appoggio. Scrive infatti Gesualdo Bufalino a proposito del noto antieroe joyciano: “Il 16 giugno 1904 Ulisse-Bloom esce di casa per affrontare, come ogni giorno, i lestrigoni e le nausiche della sua vita. E’ un ebreo, un segnato; che s’è convertito, ed è dunque segnato due volte… Eppure non è un uomo infelice…”.

Ora, ripiombando nel folto del racconto imbastito dai fratelli Coen nel citato A proposito di Davis – desunto con variabili licenze dall’autobiografia del folksinger Dave Van Ronk (1936-2002) – si prospetta la traccia imperniata sulla figura dell’aspirante artista Llewyn Davis (interpretato con impareggiabile maestria dall’attore-cantante Oscar Isaac). Oltre a Davis, povero incanna (viaggia d’inverno senza cappotto), divagante per il Greenwich Village dai divani di ospitali amici musicofili ad un’affannosa trasferta nella spietata Chicago, si ritrovano i punti di riferimento omerici-joyciani – l’incombente gatto rosso Ulisse e i quotidiani andirivieni del sempre frastornato Davis (alias Bloom) – sciorinati insieme alle vicende di personaggi ora balenanti tra vicoli sordidi e bar sgangherati di Manhattan, ora in “interni” (teatri in disuso, uffici di manager scalcagnati) in cui il nostro antieroe incontra un’umanità sbrindellata e rare occasioni (il più delle volte improbabili) di una scrittura o di un’occasione di lavoro. Anch’egli, analogamente al suo modello, forse inconscio, Leopold Bloom, non è un uomo infelice. E’ semplicemente, eternamente spaesato: vive, anzi sopravvive fuori da ogni norma e ogni statuizione sociale. E benché sia un musicista di valore la sua arte, il suo sogno di essere riconosciuto per quel che realmente vale risulta continuamente mortificato.

Un simile tracciato narrativo interseca più e più volte la storia, gli eventi, i personaggi di quella che è stata, agli inizi degli anni Sessanta e in quelli subito successivi, la fertile stagione della più autentica musica popolare (anche sulle orme di padri nobili, quali Woody Gutrie e Pete Seeger) senza peraltro trascurare una perlustrazione insistita dei modi e dei toni che hanno caratterizzato vicende personali ed esperienze anche drammatiche di un’età epoca artistica e di insorgenze creative del tutto originali.

Realizzato in un nebbioso, sporco “bianco e nero” A proposito di Davis si dipana, intenso e incalzante, sui reversibili risvolti dell’esistenza tribolata, appunto, del protagonista che, di volta in volta,  si cimenta con ricorrenti difficoltà contingenti e con incontri, esperienze nel più dei casi desolanti. L’indocile, il disadattato Davis muove guerra alla vita e da questa viene puntualmente battuto, posto fuori gioco.

Interpellati sull’origine di questo loro nuovo film i complementari Joel ed Ethan Coen hanno così spiegato l’innesco di A proposito di Davis: “E’ cominciato tutto dalla scena iniziale: un cantante viene picchiato fuori da un locale, nel Greenwich Village, nei primi anni Sessanta… La scena ci è venuta in mente qualche anno fa… Poi un giorno è arrivato Llewyn Davis…” (altrimenti individuabile come si diceva in Dave Van Ronk) e con lui si è adombrata anche la presenza, “rivoluzionaria” per l’epoca, di quel ragazzetto biondo, tutto riccioli, piovuto al Village dal ghiacciato clima del Minnesota (come, del resto, gli stessi Coen e le loro intriganti storie) Bob Dylan, prima menestrello con la chitarra dalla voce rugginosa e poetica, poi, anche a fianco della dolce e resoluta Joan Baez, voce clamante “nel vento” dalla parte degli “umiliati e offesi” di sempre. Ma tutto questo è, ormai, un’altra storia.

Autore: admin

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