Francesco LOMUSCIO- L’arte -precaria- di arrangiarsi (“Smetto quandovoglio”, un fim di S.Sibilia)

 


Il film della settimana

COME TI ACONCIO IL PRECARIO

A proposito di “Smetto quando voglio”, un film di Sidney Sibilia

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“Tutto comincia da un articolo di giornale. La prima fonte di ispirazione è stato un trafiletto su un quotidiano che titolava ‘Quei netturbini con la laurea da 110 e lode’. In pratica si parlava di due ragazzi laureati in filosofia con tanto di master, che lavoravano per l’AMA, la società che si occupa della pulizia delle strade di Roma. Due netturbini che all’alba, mentre spazzano il marciapiede, discutono della critica della ragion pura è stata la prima, e per molto tempo unica, immagine del film. Era la primavera del 2010, e dopo aver girato il mio ultimo cortometraggio, Matteo Rovere mi ha chiesto di scrivere un film. Ma in testa avevo solo i due netturbini filosofi. In realtà quell’immagine era però una sintesi di quello che stava accadendo in quei giorni.

Le prime pagine dei giornali erano piene di articoli sui tagli alla ricerca, e sulle conseguenti manifestazioni di ragazzi che per una vita avevano sempre e solo studiato e che ora si ritrovavano, quasi quarantenni, senza un lavoro e senza una prospettiva. Nessuno sembrava accorgersi del paradosso che le persone più intelligenti del paese venivano messe ai margini. E se avessero deciso di ribellarsi? E se a delinquere adesso fossero le menti più brillanti in circolazione? Se si coalizzassero?”.

Autore dello short Oggi gira così, con il quale ha vinto numerosi festival italiani ed europei, il salernitano classe 1981 Sydney Sibilia ricorda con questa lunga dichiarazione la genesi del suo primo lungometraggio, prodotto da Domenico Procacci insieme al citato regista di Un gioco da ragazze e Gli sfiorati.

Di “Smetto quando voglio” è protagonista Edoardo Leo nei panni di Pietro Zinni, neurobiologo che, licenziato in seguito ai tagli all’università e consapevole del fatto che in Italia una droga, per essere considerata tale, deve essere censita nell’elenco ufficiale delle molecole illegali del Ministero della Salute, decide di mettersi a spacciare una nuova sostanza stupefacente tirando su una gang piuttosto singolare, in quanto costituita esclusivamente da laureati che non se la passano molto bene.

Infatti, abbiamo l’archeologo Arturo Frantini, ovvero Paolo Calabresi, ridottosi a fare l’operaio dell’asfalto, il macroeconomista Bartolomeo Bonelli, con il volto di Libero De Rienzo e una patologica e irreversibile dipendenza dal gioco d’azzardo, il lavapiatti Alberto Petrelli, chimico interpretato dall’imponente Stefano Fresi, l’antropologo Andrea de Sanctis alias Pietro Sermonti, rifiutato a lavorare in uno sfasciacarrozze perché laureato (!!!), e, infine, i benzinai latinisti Mattia Argeri e Giorgio Sironi, rispettivamente incarnati da Valerio Aprea e Lorenzo Lavia.

E sono proprio gli assurdi dialoghi in latino intrapresi da questi ultimi due presso la pompa di benzina in cui sono impiegati a regalare alcuni dei momenti più esilaranti della circa ora e quaranta di visione, incentrata sul progressivo raggiungimento del successo in ambito malavitoso da parte del gruppetto, a insaputa di Giulia, compagna di Pietro con le fattezze di Valeria Solarino, nonché assistente sociale impegnata proprio nel recupero dei tossicodipendenti.

Un successo fatto di donne, soldi e potere che la proto-Banda della Magliana di disperati e dotti precari, però, scopre presto di non essere in grado di gestire in maniera adeguata, man mano che entra a far parte del cast anche Neri Marcoré e che fanno la loro breve apparizione, inoltre, la Nadir Caselli del mocciano Universitari – Molto più che amici e il Guglielmo Favilla dello zombie-movie Eaters.

Tutti al servizio di un agglomerato di celluloide giustamente definito dal suo autore “una sorta de I soliti ignoti al tempo di Ocean’s eleven, The Big Bang theory e Breaking bad”, ma sceneggiato con una professionalità tale da permettergli di apparire piuttosto originale e di non risultare mai prevedibile, nonostante le abbondanti dosi di citazionismo; mentre sguazza in maniera tanto divertita quanto divertente tra grottesche rapine in farmacia e partite a carte con soggetti poco raccomandabili al solo fine di regalare la non indifferente dose di risate ad uno spettatore che, comunque, recepisce allo stesso tempo il tutt’altro che negativo messaggio d’allarme volto a ricordare che drastiche potrebbero essere le conseguenze della sempre più trascurata situazione lavorativa tricolore d’inizio XXI secolo.

La frase riportata sulla locandina è già tutto un programma: “Meglio ricercati che ricercatori”. Basterebbe la stessa a lasciar intendere il divertente tenore del primo lungometraggio diretto da Sydney Sibilia, che costruisce il suo tutt’altro che serio ‘Romanzo criminale’ sfruttando un ottimo cast da porre nei ruoli dei disperati laureati precari decisi a sfondare nello sporco universo dello spaccio di droga.

 

 

 

Autore: admin

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