Francesco NICOLOSI FAZIO- Piccoli borhesi criminali (un’opera di E.E.Schmitt al Piccolo Eliseo e allo Stabile di Catania)


 

La sera della prima


PICCOLI BORGHESI CRIMINALI

 

“Piccoli crimini coniugali” Di Eric-Emmanuel Schmitt. Regia: Alessandro Maggi.  Con: Elena Giusti e Paolo Valerio.  Produzione Teatro Stabile di Verona.    Al Piccolo Eliseo di Roma e al Teatro Musco – Stabile di Catania

 

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Teatro borghese. In fondo la borghesia è sempre “piccola”. Faceva pensare al Pirandello della “Carriola”, la storia dell’uomo che disconosce casa sua, al punto di sentirne, per la prima volta, il tipico odore, che colgono solo gli estranei. Ma Schmitt ha superato il grande girgentino, ma in retro-marcia, andando a ritroso sino al teatro borghese dell’ottocento. Sembrava una provocazione il suo più recente “Variazioni enigmatiche” proposto in Italia da Glauco Mauri e dal nostro Franco Giorgio. Ma lo schema si ripete: due personaggi si scontrano in una storia strampalata, imperniata su un “grande autore”. Indispensabile la trama.

Per un incidente “casalingo” un uomo (tale Eric-Emmanuel Schmitt, ortonomo, come Totò) perde la memoria al punto da non riconoscere la moglie e la sua stessa casa. La moglie coglie la palla al balzo e cerca di rimodellare la personalità e la storia del marito a sua convenienza (trama di un recente film- commedia con la Littizzetto). Grazie a miracolosi lampi bluastri sulla scena, a poco a poco, l’uomo sembra scoprire la verità ed il gioco, al massacro, della moglie. Ma anche lui fingeva: non aveva mai perso la memoria, ma voleva solo scoprire perché la moglie aveva tentato il suo omicidio, vera causa dell’”incidente”; tutto per “amore”; di lei per lui e viceversa. Crisi adolescenziali, super alcolici e mancati addii.

Siamo pressoché certi che l’autore non ha mai visto “Sabato, Domenica e Lunedì” di Eduardo, dove con realismo ed eleganza si viviseziona il matrimonio borghese, al punto che il grande De Filippo affermò: “Il mio contributo per il divorzio in Italia”, qualche decennio prima della legge. L’impietoso confronto rappresenta la nostra opinione sul testo.

Diametralmente opposto il giudizio sulla messa in scena. A partire dagli attori, bravissimi, che riescono a rendere quasi verosimile una vicenda che è un eufemismo definire assurda, anche per non cadere nel turpiloquio. Elena Giusti fa vibrare dentro di sé tutte le contraddizioni del ruolo muliebre, in questa società decaduta, dove i conflitti, repressi all’esterno, esplodono all’interno delle famiglie, comunque borghesi. L’attrice è perfetta, nel ruolo e nel recitativo, procedendo con sagace leggerezza e voluta legnosa asprezza, variando registro e desiderio, ad ogni sorso di cognac. Altrettanto bravo Paolo Valerio, nel ruolo ancora più difficile del personaggio molto atipico (lo stesso autore-narciso) che sostiene una vera e propria recita nella recita. Stante l’impegno superato, possiamo ipotizzare che, quando il cinema italiano riuscirà a produrre un film di fantascienza, è già pronta la coppia protagonista.

Altrettanto bravo il regista Maggi nel rendere efficace la recitazione, calibrandone i tempi, pause soprattutto, dei due bravi attori. Coerente all’impegno anche la garbata presentazione del regista nel foglio di sala; tra le legittime affermazioni ravvisiamo anche una sorta di indizio di altrui colpevolezza, nell’uso del termine “metateatro”, parola che, come “metafisica”, vuol dire tante cose, ma non certo teatro a metà e neanche che si prefigge una meta, che il teatro deve raggiungere. Altra nota di particolare merito va alle musiche di Mazzocchetti, che con la melanconica tromba, tra Fergusson e Rava, con cui colora la scena, potrebbe suonare la colonna sonora della vita di noi tutti.

Alla fine, confessiamo, che ci siamo proprio divertiti, anche con qualche improvvisa e provvida risata, che non guasta mai. Ma, in fondo, cosa vogliamo mai dal teatro? Che ci diverta e ci faccia pensare. Certamente un risultato grandioso, viste le premesse. Da vedere.

Autore: admin

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