Giuseppe CONDORELLI- Terroni bellissimi (in “Sudvirus” di R.Zapppalà. Scenario Pubblico, Catania)



La sera della prima

TERRONI BELLISSIMI

Il Teatro-Danza di Roberto Zappalà mette in scena “Sudvirus…..”. Scenario Pubblico di Catania

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C’è il rumore di un buio che crepita. Una notte accesa dall’occhio immane del vulcano a campeggiare sui legni di Scenario Pubblico, una notte solcata da singulti, da gesti, da movimenti incessanti. E’ la squenza iniziale – una precisa dichiarazione di poetica – di “Sudvirus. Il piacere di sentirsi terroni” di Roberto Zappalà che ne ha curato coreografie e regia.

Poi il suono accelera. Diventa nenia, ritmo ossessivo nella lingua tellurica e animale del dialetto. E nell’impasto timbrico del suo tamburo, Alfio Antico lo trasforma in epifania dionisiaca, ir-razionale. Sembra anzi che i bravissimi (e mai aggettivo fu più zoppo di questo) danzattori della Compagnia Zappalà, soggiogati dall’ossessività del marranzano di Puccio Castrogiovanni e dalle sue musiche originali, avvertino quel “mal di luna” dell’anima tutto isolano; esprimano cioè il “senso” e tutti i “sensi” dell’essere siciliani. Il “SudVirus” di Roberto Zappalà diventa così lo sforzo esatto di condensare tutto il vissuto – estetico, sociale, antropologico di un’isola – in un retablo fascinoso e potente, plurale e dialettico.

Una “summa” non solo culturale – entro la quale si addensano le citazioni da Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane insieme agli scioglilingua e alle “vanniate” della tradizione siciliana – ma sopratutto interiore: “Mi sento – scrive infatti il coreografo catanese nell’omonima pubblicazione appena edita da Malcor D’ – di avere dentro di me tutta la storia della mia terra, quella edulcorata e quella livida (…) i comportamenti accettabili e quelli inammissibili”. E “Sudvirus” è allora l’altra tappa del re-mapping di Zappalà, pensato per riscrivere l’immaginario siciliano e che diventa adesso gerografia nuova, finalmente viralizzata, dell’identità e delle appartenenze: criticate e assimilate, contaminate e condivise.

Roberto Zappalà, per questo, appartiene a coloro i quali continuano a riflettere sulla questione della rifondazione di una geografia culturale della Sicilia: e forse tutto il lavoro del duo Zappalà-Calabrò potrebbe pure intitolarsi “L’Isola smascherata” perchè scaturisce dalla necessità di azzardare davvero quel pirandelliano “strappo nel cielo”; solo che lo strappo è sul velo della “sicilitudine” e di ogni nefasta, edulcorata e dunque quieta riproposizione dell’imaginerie isolana: e non a caso la danza della Compagnia Zappalà si rifà “alla pratica del mostrare anziché del mostrarsi, del dimostrare anziché dell’esibirsi”.

La riflessione di Zappalà – che la drammaturgia di Nello Calabrò esalta e accompagna – esplora dunque quella “ricollocazione sul crinale dello scarto tra memoria e futuro – per dirla con l’indimenticato genius loci Pietro Barcellona – tra la produzione di identità, che è il diritto di auto-rappresentarsi, e l’affermazione della propria differenza, nel privilegiare il rapporto con la terra e con le sue risorse.”  “Sudvirus” diventa così attitudine a capire, a ricercare una rinnovatra estetica dell’agire annullando – ce lo ricordava pure Consolo che “bisognava sporcare il nido” – il rapporto sbilanciato tra l’identità dell’essere e quella del fare.

E’ la strada maestra che molti artisti siciliani hanno intrapreso proprio a partire dall’illuminista Sciascia. E che in Roberto Zappalà si muove tra i due poli: della denuncia, della paralisi dell’attitudine a capire e, dall’altra, quell’indole brancatiana che si scaglia contro l’innata rilassatezza in tutto: dunque sul filo dell’etica della responsabilità, etica ed estetica.  Con e attraverso questo “Sudvirus” la Sicilia diventa allora e finalmente congiuntiva: terra della volontà e della possibilità. E Roberto Zappalà ce lo dimostra ad ogni spettacolo. “Terroni” è bello.

Autore: admin

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