Luisa SANFILIPPO -Io racconto. Il secchio di Auschwitz (nel giorno della memoria)

 

 

Io  racconto

 

IL SECCHIO DI AUSCHWITZ

Nel giorno della memoria

Ogni giorno incontriamo qualcuno diverso da noi; ogni giorno qualcuno ci vede e ci considera diversi (M.L.King)


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Penso a quella sera a teatro, spettatrice di uno spettacolo, L’Istruttoria”, in cui viene rievocato il processo che si svolse nella Repubblica Federale tedesca nel 1963 a Francoforte sul Meno , contro un gruppo di SS e di funzionari dei Lager, responsabili del genocidio di milioni di ebrei; penso a quel dramma che Peter Weiss scrisse dopo aver assistito a molte sedute del processo, ai racconti – inconcepibili per la loro assurda atrocità – dei sopravvissuti nei Lager di Auschwitz, alle visioni di alcune situazioni altamente evocative e suggestive, al dispiegarsi di vicende ormai cadute nell’oblio; continuo a pensare a tutto questo, e mi viene in mente un fatto concomitante, piuttosto strano – che si innesta perfettamente alla situazione teatrale – accaduto all’uscita del teatro mentre mi avviavo verso casa.

Quella sera, tra gli oggetti-simbolo presenti in scena, c’era anche un secchiello di metallo posto bene in evidenza. Cosa potrebbe evocare un semplice secchiello se non qualcosa di ancestrale, un oggetto di scena che può apparire banale e che invece possiede un carico di significati simbolici ?

Il secchiello…ecco il  secchiello. L’associazione di  immagini ritorna come tempo traslato. E’ notte, sto rientrando in macchina nei pressi di casa: luci, macchine, asfalto grigio, luci ad intermittenza che abbagliano, poi ancora la visione teatrale del secchio…il secchio che si dilegua come in dissolvenza per dar posto ad una apparizione inaspettata, una figura umana. Il mio viso sembra trascolorare in questa oscurità frastagliata di luci. Sì, è una donna, una donna molto anziana che cammina poco più in là del ciglio della strada, con passo sicuro, quasi altero e tiene in mano un secchio, proprio un secchio… di metallo color grigio stagno.

Che ci fa un’anziana a quell’ora – e penso a mia nonna cieca e diabetica – con un freddo gelido a mezzanotte   nell’asfalto senza marciapiede, destinato solo alle macchine che sgommano velocissime e nessuna di loro si ferma, o si è fermata prima, per capire, chiedersi cosa ci fa lì quella vecchia sola e con un secchio in mano. La strada si è trasformata inconsapevolmente in qualcosa che somiglia ad un Lager, tutti possiamo diventare dei potenziali aguzzini se passiamo via, vigliaccamente, coscienti di aver commesso un reato d’omissione di soccorso. Perché poi? Per paura? Per pigrizia? Per noncuranza?

La vecchia intanto cammina, cammina, sempre altera, potrebbe andare incontro ad un oscuro destino… Le scene teatrali ritornano, esecuzioni nel lavatoio, le docce che lavano il sangue dal pavimento, il secchio, già… il secchio per risciacquare…e poi uomini in camice bianco, aguzzini che profanano i cadaveri, che asportano la loro carne per gli esperimenti….aguzzini della strada.

La correlazione sembra perfetta. Potrei non arrivare in tempo, la vecchia non può aspettare, dietro marcia e via, a rischiarare con le luci l’asfalto dove lei cammina, cammina, sperduta senza sosta, sempre infreddolita, con indosso una vestagliuccia a piccoli fiori, con il suo secchio di metallo in mano, il viso diafano, gli occhi spiritati, impaurita ma irremovibile nel suo atteggiamento. “Signora, come mai sta qui a quest’ora, senza un indumento pesante addosso…”

“Molto gentile, molto gentile, grazie, non ho tempo, ho fretta, è tardi, devo correre dalla nonna, lei sta male, mi aspetta”“ La sua nonna a quest’ora dorme, la sveglierà. E’ meglio che l’accompagno a casa, mi dica dove abita”

“Devo andare, lì, lì, la casa sta lì…”“La prego signora, si lasci accompagnare, fa molto freddo” “Devo far presto, è tardi, la nonna mi aspetta, sta male, presto, presto…”Le insistenze sono inutili. E non è nemmeno il caso di farle capire che non ha più l’età per avere la nonna.“Lì, in fondo” tento ancora di convincerla “ non c’è nulla, non può andare. C’è il buio, solo il buio”.

Il buio…sì il buio…senza orizzonti di memoria – come il Lager – spazio senza uscita, senza meta, senza speranza; spazio di prigionia, spazio coatto, dove l’essere umano è considerato “nulla”, al di fuori di ogni logica di principi umani e corretti.

La vecchia non ha più memoria, o forse sì, una memoria antica: il suo cervello è diventato una soffitta dove ha riposto tutte le cose della vita, dimenticandosi di un presente in cui non si ritrova più, o non c’è più posto per lei. Il tempo sbanda, il passato diventa prioritario per ritrovare la sua nonna, la sua infanzia. E il secchio, forse, rappresenta per lei un bene di un passato doloroso di straordinaria importanza, un oggetto utile, provvidenziale, un secchio per lavarsi, per i bisogni notturni, quando non aveva ancora il water in casa…o altro? L’anziana donna, sempre più infreddolita, alla fine si lascia convincere. “ La riporto a casa dalla nonna, faccio prima con la macchina, stia tranquilla”. Sale in macchina ancora titubante stringendosi al petto, come fosse una sua creatura, il secchiello.

“La nonna ha bisogno di me, faccia presto, mi vuole bene la mia nonna” Intanto mi dirigo al più vicino comando dei carabinieri. Rintracciata la sua famiglia, alle tre del mattino il figlio andava a riprenderla.

 

*L’autrice è scrittrice, attrice ed autrice teatrale

Autore: admin

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