Sauro BORELLI- Scorsese-Di Caprio, sopra le righe (nel film “The wolf of Wall Street”)

 

 

 

 

Il mestiere del critico


SCORSESE-DI CAPRIO, SOPRA LE RIGHE

The Wolf of Wall Street - trailer.png

Nel loro nuovo film “The wolf of Wall Street”

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Si sa, Martin Scorsese è, oltreché un autore ormai consacrato, un regista che ama il cinema sopra ogni altra cosa. Tanto che ne parla, ne scrive e cura che i vecchi film siano conservati, restaurati. Inoltre realizza pellicole – di soggetto originale o desunte da testi letterari – di intenso, partecipe tenore cinefilo. Quel che si dice, insomma, un cultore della settima arte a tutto tondo. E questo atteggiamento risulta suffragato ampiamente, intensamente da una filmografia (circa venti lungometraggi a soggetto) prestigiosa e di largo successo.

Ora, col suo nuovo lavoro The wolf of Wall Street, si direbbe che, appunto, il cineasta italo-americano sia approdato a una fase di svolta della sua pur variabile carriera mettendo in campo, innanzitutto, un personaggio ingombrante come il finanziere pregiudicato Jordan Belfort, già al centro negli anni Settanta-Ottanta di macroscopiche speculazioni di borsa che gli valsero una severa condanna e risarcimenti milionari (l’una e gli altri mai onorati completamente). Ma, benché questo stesso lavoro, The wolf of Wall Street, sia costato tribolate e lunghe vicende produttive, l’intervento determinante del volitivo interprete Leonardo Di Caprio (assiduo complice di diversi film di Scorsese) ha dato l’aire al definitivo compimento della lavorazione, per sé sola d’eccezionale complessità e ruvido spessore.

In un recente passato, Scorsese ha posto il proprio avallo a opere di poetica intensità come L’età dell’innocenza (da Edith Warton), Kundun, The Aviator e ad altre di grintoso piglio evocativo quali Gangs of New York, Casinò, ecc., con un’attitudine sempre appassionata nel raccontare le sue storie, i suoi personaggi costantemente paradigmatici di climi, psicologie frammentati tra avventure ed eventi in qualche misura memorabili.

In Wolf of Wall Street analogamente alla precedente produzione tiene banco, come si diceva, Jordan Belfort e il contesto corrusco delle soperchierie, dei misfatti ricorrenti della dinamica finanziaria d’alto bordo. E’ qui, dunque, che si addensa una sorta di rendiconto puntiglioso, spesso ripetitivo, della personale “ascesa e caduta” di un improvvisato, avventuroso broker, appunto Belfort, che da una condizione di mediocre impiegato balza di slancio, sorretto da un carattere e da uno spirito d’iniziativa azzardoso, nel fitto delle più sordide manovre finanziarie.

E, presto, preso lo slancio per progetti spregiudicati quanto illeciti, si conquista, con la complicità di faccendieri senza onore né morale, vasta notorietà e soprattutto spropositati quanto ambigui guadagni. Per giungere a tanto, peraltro, l’egocentrico, mitomane Belfort (robustamente incarnato dall’istrionico Di Caprio) non si sottrae al ricorso delle più brutali trasgressioni e a scelte di comunicazione sempre in bilico tra la truculenta volgarità e la più impudente mistificazione (un po’ come certe tirate propagandistiche, speculative di un certo Cavaliere di nostrana identità). Una opzione stilistica, questa, che carica il film di una grevità inessenziale e, ancor più, fuorvia la vicenda portante verso un prolisso, inessenziale turgore vernacolare. Insomma, parolacce inesauribili e grand guignol erotico postribolare – anche a dispetto delle reali e non proprio eleganti trasgressioni dell’autentico Belfort – non aiutano certo a prospettare fatti e misfatti pure desolanti nel loro contesto drammatico ed effettuale.

Si è detto, scritto a proposito della sorprendente performance di Leonardo Di Caprio che la sua fisionomia, in un personaggio eccessivo, parossistico come Jordan Belfort, evoca le antiche gesta dell’imperatore romano Caligola. E’ ovviamente un richiamo improprio, poiché non c’è alcuna aura di classicità in un personaggio pur turpe come Belfort, ma affiora soltanto – questo sì del tutto evidente – lo squallore, l’intrinseca miseria morale di una società, di un mondo che, nel segno del denaro, tutto e tutti mortifica, stravolge.

Il dato, tuttavia, più sconcertante è che Scorsese e Di Caprio puntando esclusivamente a épater les bourgeois hanno toccato un punto di spettacolarità tutto esteriore e sostanzialmente sbagliato. Per dirla in soldoni, un tipaccio come quello scaturente da The wolf of Wall Street non c’è bisogno di scomodare il pur psicopatico Caligola. Basta l’icastico epiteto milanese: Pirla!

Autore: admin

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