Sauro BORELLI- Un Ulisse in panni smessi (“Nebraska”, un film di Alexander Payne)

 

 


Il mestiere del critico



UN ULISSE IN PANNI SMESSI

Locandina Nebraska


“Nebraska” il nuovo film di Alexander Payne


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Sembrerebbe un controsenso tirare in campo la problematica figura di Ulisse a proposito del nuovo film del talentuoso cineasta statunitense Alexander Payne dall’icastico titolo Nebraska. In effetti, il protagonista di questo stesso film il vecchio Woody – interpretato con superlativa bravura dal collaudato Bruce Dern (Palma d’oro a Cannes 2013 come miglior attore) – non ha certo le stimmate esteriori dell’antico eroe acheo, ma nella sua sbrindellata fisionomia esteriore come nella sua eterodossa attitudine psicologica manifesta palesemente i segni, le opzioni di una concezione del mondo, della vita – per quanto ridotta al grado zero di un’esistenzialità di pura sopravvivenza – pervicacemente personale e fondamentalmente trasgressiva, cioè omerica.

Che cos’è, infatti, l’ostinata convinzione che, fin dalle prime battute del racconto di Nebraska, anima e inquieta questo vegliardo, rampognato dalla bisbetica moglie e pressoché ignorato e frainteso dai figli e dagli amici? Ovvero, l’idea balzana che un dépliant pubblicitario programmaticamente truffaldino promettente un milione di dollari sia, né più né meno, un assegno autentico per riscuotere, a Lincoln, nel Nebraska, la somma succitata.

Certo, l’omerico Odisseo, fatti i suoi sporchi giochi per distruggere Troia e i troiani, e superate le traversie inenarrabili del suo “ritorno a casa”, si dette l’arduo compito di riconquistare l’amore di Penelope, il potere e – massimamente – la stima del figlio Telemaco, riaffermando la propria intima verità di essere del tutto vocato a correre le proprie avventure, il suo stoico ardimento: ricordate il dantesco monito “… fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza…”? Ecco, il vecchio Woody, acciaccato e ostinato alcolista, inconsapevole e alieno da ogni suggestione omerica, incarna, suo malgrado la stessa ossessione odisseica, soltanto che nel suo caso le vicende pur dimessamente avventurose si prospettano e si dipanano tra i desolati campi del Nebraska e i personaggi che intersecano la sua strada – letteralmente – sono gli stessi marginali tipi di disastrati superstiti di una realtà malata (proprio e anche in ragione dell’attualissima crisi economica mondiale) che sopravvivono in un contesto spossessati di tutto  – morale, dignità, prospettive di riscatto –: insomma una débâcle che oltretutto risulta tale proprio per l’ignoranza del senso tragico della loro condizione.

In estrema sintesi, Woody, accompagnato dal suo recalcitrante figlio David (un bravissimo Will Forte), si risolve contro tutto e tutti –  come accade analogamente in Una storia vera di David Lynch – di partire, pedibus calcantibus, alla volta del Nebraska e in ispecie di Lincoln, 1200 chilometri di distanza per attuare il suo fermo proposito. Ovvio che il figlio condurrà il padre con la propria auto, pur tra peripezie, capricci, contrattempi continui. Non esclusa una lunga sosta nel paese d’origine di Woody, ove lo stesso vecchio incrocia variabilmente attempati amici e contrarietà incalzanti determinate dalla notizia presto di pubblico dominio della sua (presunta) vincita milionaria. Di qui, incontri, incidenti più o meno imbarazzanti tanto per il vecchio Woody quanto per il figlio David, di quando in quando risucchiato anch’egli in grotteschi qui pro quo o, persino, in divertenti equivoci (esilarante ad esempio il furto involontario di un conteso compressore).

Determinanti restano comunque e sempre, il ruolo e le gesta del vecchio Woody che da un’iniziale (e talvolta riaffiorante) catatonia avverte in modo progressivo l’affetto solidale del figlio, tanto che quest’ultimo con un gesto davvero amorevole di complice eccentricità col padre ripristina, insieme, il senso della famiglia e di una più civile idea di comunità, di rapporto col proprio paese, la propria terra.

Resta da dire del rigoroso linguaggio espressivo cui è improntato – dall’inizio alla fine – Nebraska, realizzato in uno sfumato bianco e nero che ispessisce, rinforza drammaticamente lo srotolarsi uniforme del tribolato viaggio di Woody e figlio. Mentre al contempo la resa eccezionale degli attori, in ispecie Bruce Dern (ritrovato fuoriclasse del capolavoro antico di Bob Rafelson Il re dei giardini di Marvin), e di tutti gli eccezionali comprimari (professionisti e non) imprime all’intiero racconto una verità e una nobiltà drammaturgica senz’altro magistrale. Sospettavamo da tempo che Alexander Payne fosse un autore superdotato, ora ne siamo assolutamente certi.

Autore: admin

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