Alessandra FAGIOLI- Oltre la nevrosi (analizzando “Blue Jasmine” di W. Allen)

 

 

 

Il mestiere del critico


OLTRE LA NEVROSI

Analizzando “Blue Jasmine” di W. Allen

 

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Dopo l’infelicissimo film girato nella città eterna (To Rome with love) in cui Woody Allen ha mancato del tutto il bersaglio, confezionando una pellicola mediocre e scadente, così distante da quei film con cui aveva saputo onorare le altre città europee (dispiace che proprio in una città come Roma, così ricca di storia, spunti e idee, Allen non abbia trovato quello stato di grazia che invece lo aveva così tanto ispirato a Londra, a Barcellona e a Parigi), il regista torna sul suolo patrio per realizzare una delle sue migliori sceneggiature – in termini di dialoghi, monologhi, alternanza di scene, uso di flashback – diretta con grande sapienza registica e valorizzata dall’interpretazione monumentale di Cate Blanchett, affiancata da altri interpreti di valore come la stessa Sally Hawkins.

Forse il primo film che Allen scrive a misura di un unico personaggio che si rivela essere la summa di tutte le nevrosi collezionate nella sua ricchissima filmografia, scaturito da un contesto quanto mai attuale, quello della crisi economica e della bancarotta, nella cui personalità è possibile ritrovare sia la dimensione introspettiva di Un’altra donna (1988), sia quella nevrastenica di Harry a pezzi (1997), passando per le atmosfere di Hannah e le sue sorelle (1986), Mariti e mogli (1992), Melinda e Melinda (2004).

Ma l’ingegno maggiore del film riposa proprio nella costruzione della storia, tutta giocata da un sapiente intreccio di contrasti e di paradossi, che non solo mette a confronto classi sociali diverse, stili di vita opposti, personalità antagoniste, ma anche un passato e un presente che a colpi di flashback duettano “drammaticamente” nel rivelare a poco a poco la vita della protagonista.

In apparenza donna di gran classe, abituata al benessere e viziata dalla ricchezza, Jasmine tradisce gradualmente tutti i segni dell’esser caduta in disgrazia proprio quando si relaziona alla sorella adottiva Ginger, che ne rispecchia la totale antitesi. Se la prima è tanto snob quanto nevrotica, la seconda è tanto semplice quanto equilibrata, pur legate da un antico affetto non potrebbero essere più incompatibili, tanto che la loro convivenza finisce col produrre effetti imprevedibili.

Assistiamo dunque all’intreccio di due storie diacroniche, quella passata di Jasmine moglie di un ricco uomo d’affari, truffatore e fedifrago, che la lascerà sul lastrico dopo essere stato arrestato, e quella presente di Jasmine sorella di una donna proletaria, divorziata con due figli bulimici, che per farla contenta proverà a lasciare il suo nuovo fidanzato scatenando le ire di quest’ultimo.

Così a colpi di “assolo” – interpretati per un verso da una Jasmine  prima viziata e ingannata, poi cinica e vendicativa nella sua vita di gran dama a New York (sarà lei stessa a denunciare il marito che finirà col suicidarsi in galera), e per altro verso da una Jasmine sempre più esasperata e nevrotica, alla ricerca di un riscossa nella sua vita di segretaria a San Francisco (dove però si rovinerà con le sue mani nel mentire a un uomo che poteva aiutarla) – si sviluppa la storia che iniziata in modo quasi brillante, vira grottescamente nel dramma e acquista sempre più statura via via che si ricompongono i tasselli della vita di questa donna che nel nutrirsi di pura apparenza si rivela priva di ogni sostanza, e di fronte al tracollo perde il contatto con la realtà, alienandosi in soliloqui deliranti, che ne fanno un personaggio quasi psicotico, inconsapevole della sua stessa inadeguatezza.

Finché interpretava i protagonisti dei suoi film era lo stesso Allen a incarnare individui fortemente nevrotizzati, attraverso cui persino la psicoanalisi veniva spesso ridicolizzata, dal camaleontico Zelig che si faceva contagiare da chiunque gli fosse vicino al frantumato Harry che durante le sue crisi si vedeva addirittura “fuori fuoco”; poi però con il tempo il regista ha iniziato a passare il testimone ad altri interpreti che facendo le sue veci davano vita a veri e propri alter ego alleniani, i cui comportamenti sprigionavano la stessa atmosfera umoristica, grottesca e paradossale delle migliori commedie da lui interpretate.

Così nella tarda maturità non solo Allen si è messo da parte come attore, riservandosi talvolta parti da comprimario, ma ha anche affinato la sua perizia registica (non tanto nei movimenti di macchina sempre piuttosto classici, quanto nella direzione degli attori, spesso dei fuoriclasse), e nondimeno il suo ingegno narrativo, nel costruire un intreccio su più piani contrapposti, facendo di Jasmine un personaggio più teatrale che cinematografico (in lei c’è molto Molière, ma anche tanto Pirandello) e scegliendo un’interprete che con la sua eccellente versatilità mimetica ha saputo declinarne tutte le complesse sfaccettature.

Al punto che, con un estremo virtuosismo drammatico, il film si chiude a cerchio così come è avvitata su di sé la stessa protagonista, e se all’inizio la vediamo monologare sulla sua bella vita di fronte a una passeggera sconosciuta che l’ascolta in silenzio, alla fine la vediamo farneticare da sola su una panchina, ormai intossicata da farmaci e alcool, mentre una vicina seduta pensa bene di andarsene. Ma se in altri film anche le più acute nevrosi riuscivano a ricomporsi trovando un proprio equilibrio, qui siamo ormai oltre, Jasmine è persa in se stessa e proprio perché non riesce più a stabilire un contatto con la realtà rimane un personaggio isolato, derelitto, irrecuperabile e proprio per questo gigantesco.

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Blue Jasmine

Scritto e diretto da Woody Allen. Con Alec BaldwinCate BlanchettLouis C.K.,

Bobby CannavaleAndrew Dice ClayCommedia drammatica, USA 2013.

Autore: admin

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