Sauro BORELLI- Una strana coppia (“Dietro i candelabri”, un film di S.Soderberg)



Il mestiere del critico


UNA STRANA COPPIA

Behind the Candelabra.png

Il nuovo film di Steven Soderbergh “Dietro i candelabri”

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Steven Soderberg è un cineasta di robusto mestiere e di eterogenee esperienze – ricordiamo tra le sue cose significative Erin Brockovich; Che l’argentino; Che guerriglia – che di quando in quando (cioè, spesso) dà di piglio a vicende, storie eterodosse per congegnare film di norma personalissimi o quantomeno estranei a ordinari canovacci. E, per di più, incentrati su personaggi, racconti di spiccata originalità evocativa e di allettante gusto narrativo. E’, appunto, il caso della nuova realizzazione Dietro i candelabri, singolare lavoro per lo schermo che sullo schermo non ha potuto approdare poiché conformismo e radicata pruderie hollywoodiani hanno costretto Soderbergh e tutti i suoi (a comincinciare dallo sceneggiatore La Gravenese) a rivolgersi per la produzione alla rete televisiva HBO.

Ma questi sono particolari esteriori a quella che è la traccia portante del film Dietro i candelabri, ovvero lo scorcio più eclatante e insieme più intrinseco legato alla figura per sé sola abnorme del pianista-performer Valentino Liberace (1919-1987) spurio americano di madre polacca e padre italiano, un personaggio famoso negli anni Sessanta-Settanta per certe sue reboanti nonché rutilanti esibizioni, specie a Las Vegas, che riscuotevano il plauso entusiasta di attempate, facoltose damazze e il longanime consenso di pubblicazioni scandalistiche per un pubblico di bocca buona.

Agghindato e abbigliato come una fastosa madonna laica – tra brillanti, anelli, pellicce di parossistico fulgore – Liberace compariva dinanzi a platee ipnotizzate e galvanizzate dal suo istrionico estro snocciolando freddure e banalità destinate a consolidare il suo ascendente fatto di egocentrismo e galoppante mitomania. Al profondo di questo stesso feticcio, peraltro, c’era un uomo, un individuo in parte tormentato da un’inguaribile solitudine, in parte la vittima dei suoi stessi vizi e vezzi palesati da un dispotismo cieco e da un’incongrua presunzione di aver trovato la chiave dell’”eterna giovinezza”.

E’ qui, in ispecie, il fulcro della storia di Dietro i candelabri. Liberace, infatuatosi del giovane aspirante veterinario Scott Torson, si porta in casa questo stesso giovanotto un po’ sconcertato e molto invogliato dalla prospettiva di divenire l’amico – l’amante – il complice di quel sbrillucicante emblema del successo, della vita facile, del lusso, fino a consentire d’essere persino adottato dal suo autoritario Pigmalione e indotto per di più a sottoporsi a una plastica facciale per somigliare addirittura al giovane Liberace.

La serie di trasporti sentimentali, di concomitanti gesti reboanti dei due – con ulteriori imprese esibizionistiche e sempre più fitti parossismi comportamentali – s’incalzano col procedere del racconto che, da puntuale bilancio delle più esteriori vanterie, si tramuta per progressivi spostamenti drammatici in una inesorabile “resa dei conti”.

C’è in questo “viaggio al termine della notte” un ispessirsi delle fisionomie come dei fatti dei due protagonisti, il sempre più dispotico Liberace e l’ormai disamorato Scott, fintantoché col radicalizzarsi delle difformità tra l’uno e l’altro si profila, poi si prospetta crudamente il distacco tra la desolata condizione di Liberace, sempre più solo e gravemente malato di AIDS e l’ormai lontano Scott, libero finalmente di vivere la sua vita.

Soltanto il suggello tristissimo della già fulgente gloria dei palcoscenici hollywoodiani con la fatale autodissoluzione segna in termini persino un po’ patetici il crollo di un mito troppo facile (come a suo tempo s’era verificato per il “fidanzato d’America” Rock Hudson).

Una notazione essenziale va messa in campo non tanto, non solo per la regia sempre efficace di Steven Soderbergh quanto per le prove assolutamente superlative di Michael Douglas (Liberace) e Matt Damon (Scott) negli impervi ruoli di due omosessuali che, senza sbavature né convenzionali atteggiamenti, costruiscono i rispettivi personaggi con una misura e al contempo una verità esemplari. Certo, Dietro i candelabri, costituisce uno spettacolo né troppo corrivo, né ancor meno moralisticamente reticente. E’ un film, un apologo decontratto sulla condizione omosessuale e, ancor più, sulla condizione umana tout court. Né più, né meno.

Autore: admin

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