Alessandra FAGIOLI- Il culto estremo del saluto (note su “Still life”, un film di U.Pasolini)

 

 

Il  mestiere del critico


 

IL CULTO DELL’ESTREMO SALUTO

 

Note su “Still life”, un film di Uberto Pasolini

 

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Il cinema ha da sempre esplorato la dimensione della morte attraverso molteplici approcci, che fosse nell’ottica di una lotta contro il tempo per poter emancipare i propri figli prima della propria dipartita, come in Biutiful (2010) di González Iñárritu, oppure nell’ottica di un riscatto post-mortem in grado di chiudere un cerchio anche in propria assenza, come in Incendies (2010) di Villeneuve, o ancora nella triplice visione dell’aldilà da parte di chi è sopravvissuto o di chi possiede doti paranormali o di chi ha subito un lutto, come in Hereafter (2011) di Eastwood.

In tutt’altra forma vi si affaccia invece Uberto Pasolini nel suo secondo film Still life (2013), affrontando il tema della morte non nell’ottica di chi vi è condannato o di chi ne ha fatto più indirettamente esperienza, ma piuttosto di chi se ne occupa per lavoro, in qualità di impiegato comunale addetto a rintracciare i parenti più prossimi delle persone morte in solitudine.

John May è un uomo solo, estremamente scrupoloso e abitudinario, veste sempre gli stessi abiti e consuma sempre gli stessi pasti, ha una vita completamente assorbita dalla propria attività che svolge con ossessiva dedizione e si occupa dei propri “casi” come si trattasse di familiari stretti o amici intimi. Con un piglio da detective esplora tutte le strade per raggiungere i congiunti dei cari estinti, arrendendosi solo di fronte a un nulla di fatto o a persone che non ne vogliono più sapere; sceglie poi la musica più adatta, scrive discorsi celebrativi, assiste da solo a funerali e sepolture, archivia infine ogni caso in impeccabili cartelline e si porta addirittura a casa le foto dei defunti per collezionarle in un personalissimo album di famiglia.

Il lavoro di organizzare l’estremo saluto nel modo più dignitoso possibile riempie di fatto la sua vita, sembra un uomo del tutto privo di emozioni e di pensieri, tanto sono automatici i suoi rituali quotidiani, eppure dalla sua staticità di atteggiamenti trapela una personalità molto complessa, che emerge a poco a poco soprattutto quando, ritrovandosi licenziato per esubero di personale, decide di fare del suo ultimo caso una missione.

Billy Stoke è esattamente il suo alter ego. A cominciare dal fatto che è morto proprio nell’appartamento dirimpetto al suo che ne riflette la totale antitesi. Vecchio alcolista caduto in disgrazia in realtà si scopre aver avuto una vita ricca di eventi e di relazioni, provocando emozioni molto contrastanti in chi l’ha conosciuto, che rivelano una personalità straordinaria, capace di suscitare nella stessa misura amore e risentimento, ammirazione e rifiuto.

La ricostruzione quanto mai accurata della vita di Stoke trasforma a poco a poco quella di May, che nel fare le sue indagini comincia a trasformare l’architettura della sua stessa esistenza fino a trovare proprio nella figlia dell’estinto, creatura molto simile a lui per fragilità e delicatezza, un’empatia mai conosciuta prima e un senso di fiducia verso l’altro, seppure finirà col compiere una distrazione che gli sarà fatale.

E forse è proprio questa la forza del film e il punto di grazia della sceneggiatura. A dispetto di chi vi ravvede un finale inaspettato e “ingiusto”, ne rappresenta invece una conclusione originale e significativa, che attraverso quel contrasto grottesco tra il funerale di Stoke, onorato da reduci del Vietnam e barboni alcolisti, amici indulgenti e familiari riappacificati, e quello di May, privo anche della presenza di uno come lui che era rimasto ormai l’ultimo a svolgere quel ruolo, rivela una sorta di contrappasso sotteso a tutto il film, che tuttavia  viene poi riscattato da una felicissima immagine finale, tutt’altro che “spiritualistica” e profondamente umana.

Quel corteo di trapassati che uno a uno si materializzano intorno alla fossa del meticoloso impiegato travalica ogni idea di estremo saluto o di omaggio alla memoria, ha quasi il sapore di una sacra rappresentazione, una sorta di riscatto postumo che onora la grandezza di un’esistenza apparentemente mediocre e rivela tutta la portata di un vivere piatto, grigio, amorfo che proprio attraverso la morte raggiunge la sua massima forza, con quella “resurrezione” di anime che come nell’album di famiglia si raccolgono intorno al suo artefice per restituire all’ennesima potenza quello che lui da solo aveva cercato di fare con ognuno di loro.

Audace e in un certo senso anche esemplare appare dunque l’operazione compiuta dal regista nell’affrontare il tema della solitudine e dell’isolamento, e nondimeno quello dell’indifferenza e dell’abbandono, che non riguarda solo le singole famiglie ma anche l’intera comunità e il suo modo di onorare i morti. Una tematica di civiltà umana che Pasolini riesce a incarnare in un singolo individuo e nel suo modo di rapportarsi agli altri, evidenziando una trasformazione di approccio alla vita non solo attraverso i suoi gesti (quando beve una cioccolata, mangia un pasticcio di carne, si cambia il maglione, condivide una bottiglia di vino con due barboni su una scalinata), ma soprattutto attraverso il linguaggio cinematografico.

Nella prima parte del film le inquadrature sono quasi tutte statiche e frontali e rispecchiano perlopiù le soggettive del protagonista, mentre le tonalità cromatiche assumono essenzialmente le sfumature del grigio. Via via che procede la storia le riprese acquistano maggiore dinamismo e il protagonista viene ritratto anche di profilo o di quinta, tanto da apparire assai più “relativizzato” nel contesto in cui si muove; non di meno cominciano a emergere colori sempre più intensi che arricchiscono le inquadrature di contrasti molto espressivi.

Una rivelazione dunque visiva di un cambiamento interiore che accompagna questa piccola parabola (che nel finale assume anche il sapore dell’apologo), così necessaria al nostro cinema italiano, tanto distante e troppo estraneo a queste operazioni felicemente sofisticate, cui ci si dovrebbe riabituare per valorizzare maggiormente una dimensione più contemplativa del fare cinema e nondimeno impegnata su un piano civile, come quella che Uberto Pasolini ha cercato di mostrare in questa sua personalissima “natura morta”.

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Still life

 

Regia e sceneggiatura  di Uberto Pasolini -Direttore della fotografia: Stefano Falivene-   Interpreti  Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan. Prod.Gran Bretagna 2013

Autore: admin

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