Francesco NICOLOSI FAZIO- The way they where (“Doppio legame” di Regoli e Zinna al Teatro Brancati di Catania)

 

 


Teatro    La sera della prima

 

THE WAY THEY WHERE.

“Doppio Legame”  Di Maria Piera Regoli e Salvatore Zinna. Regia di Federico Magnano di San Lio. Con  Salvatore Zinna.  Catania, Teatro Brancati

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Come erano. E come eravamo, illusi. La mafia dei picciotti (e non carusi, come nel testo di  Regoli e Zinna) semi analfabeti, che si pavoneggiavano nei pranzi ufficiali ed istituzionali, per poi finire  nascosti tra le montagne a mangiare caciotte  e spedire “pizzini”; la mafia presente nei quartieri con manovalanza assolutamente deculturata e squilibrata.. Cose vecchie, quando già rappresentate dal cinema americano con “Good Fellas” (1990) che fu una sorta di prolungamento ideale e generazionale del Padrino I (1973). La fiction che si fa storia e viceversa. Nel senso che la gran parte della storia della mafia, e dell’Italia, è una sorta di fiction, con tante comparse (anche tra “buoni” e “cattivi”), pochi veri attori e registi assolutamente sconosciuti.

I famosi colletti bianchi, che adesso sono magari d’oro, come le centinaia di migliaia di “Compro oro” spuntati come funghi, previo legale autorizzazione ministeriale,  autorizzate come le sale giochi, in mano a  potentissimi sodali di meno potenti politici. Già negli anni ’50 il capomafia dell’intera Sicilia era un laureato “colletto bianco” ucciso da Luciano Liggio, che poi fece da capo della mafia siciliana. Oggi i capi hanno almeno tre lauree, estere.

Necessario collocare storicamente lo spettacolo di e con Salvatore Zinna  che è del 1993, epoca antecedente al fatidico 1994 che segna uno spartiacque soprattutto nella storia della mafia e della scaturente storia d’Italia. Il racconto si impernia sulla solitaria figura di un mini pentito di mafia che racconta la sua ascesa mafiosa e la corrispondente discesa agli inferi del degrado umano. Partendo da uno sgarro fatto ad un mafioso, il protagonista diventa picciotto organico e poi pentito. Lo spettacolo coinvolge il pubblico grazie all’attore-performer che sottopone ogni sua vicenda ed azione all’insindacabile giudizio degli spettatori. Un garbato tentativo di meta-teatro, ottenuto abbattendo la “quarta parete”. L’uomo soffre di una sindrome clinica di “doppio legame”, da cui il titolo, disturbo dove “il contenuto verbale del discorso esplicito è contraddetto dalle modalità con cui è espresso”. Oggi potrebbe  essere una prelibata qualità politica.

Lo spettacolo si impernia su una visione grottesca della realtà del sottoproletariato ghettizzato del sud, un sud che “gode” di due grandi capitali criminali, Palermo e Napoli, che sono comunque oggetto e soggetto di notevoli attività culturali. Un lavoro rigoroso, per come ci ha abituato Magnano Di San Lio, nei teatri catanesi. Certo si è persa completamente l’attualità di venti anni or sono e resta intatta la visione scientifico-antropologica, che strappa comunque qualche risata liberatoria al pubblico.

Un giorno, magari a partire dal cinema americano, qualcuno ci racconterà cosa accade veramente negli ambienti della mafia che conta; qualcosa si intravede nel cinema orientale che tratta con dati aggiornati la Jacuza e le Triadi. Forse un giorno qualcuno avrà il coraggio di raccontarci dei colletti bianchi e magari addirittura dei colletti d’oro, che sono veramente a capo della mafia. Dove magari l’oro è quello delle poltrone rococò dove sono seduti.

Autore: admin

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