Sauro BORELLI- Una madre irriducibile (“Philomena”, un film di Stephen Frears)

 

 

Il mestiere del critico


UNA MADRA IRRIDUCIBILE

 

Il nuovo film di Stephen Frears “Philomena”


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Nel 2002 fece scalpore (e per certi versi scandalo) il Leone d’oro di Venezia al film del cineasta scozzese Peter Mullan intitolato Magdalene. Al di là dello scalpore (e dello scandalo), peraltro, la stessa pellicola denunciava rigorosamente un metodo di persecuzione e persino di tortura perpetrato nei conventi-carceri delle Sorelle della Misericordia, comunità cattoliche irlandesi caratterizzate da un oltranzismo moralistico-repressivo, del tutto realistico e riscontrabile ancora negli anni sessanta in molte località dell’Isola Verde. La questione suscitò, a suo tempo, sdegnate reazioni da parte del clericalismo più retrivo e, parallelamente, preoccupata attenzione della stessa dirigenza vaticana.

Oggi,  a distanza di oltre dieci anni, da quello choc provocato dal film di Mullan, un altro cineasta d’area anglosassone, l’inglese Stephan Frears s’è preso la responsabilità e il civile impegno di portare sullo schermo una vicenda – altrettanto vera di quella evocata da Magdalene – incentrata sul caso eccezionale di una donna irlandese, Philomena Lee, che poco più che adolescente, negli anni cinquanta, diventata ragazza-madre, venne subito aggregata in uno dei conventi-carcere delle Sorelle della Misericordia e qui (partorito il figlio del suo atto d’amore) costretta ad abbandonarlo nelle mani di sadiche consorelle che, legate ad un’organizzazione americana, propiziavano l’adozione dietro compenso da parte di facoltose famiglie d’oltre Atlantico.

Le scene iniziali di Philomena hanno lo squallore, la violenza di certe suggestioni dickensiane. La giovane Philomena poco dopo aver dato alla luce il proprio figlio e averlo visto crescere, nonostante tutto, allegro e sano, assisterà impotente un terribile giorno all’arrivo di una facoltosa coppia di americani che si porta via il suo Anthony presto ribattezzato col nome di Michael. Questo il contesto su cui s’inserisce il rendiconto portante di un giornalista, a suo tempo già reputato portavoce di politici d’alto rango (Tony Blair) e di colpo spossessato del suo lavoro, costretto a sobbarcarsi a incombenze e lavoretti sconsolanti. Ma, nelle superstiti occasioni d’impiego, gli capita di sentire la storia pateticissima di Philomena che, ormai ai giorni nostri, è una attempata signora in pensione che, non rassegnata dopo cinquant’anni di aver subito la sottrazione del proprio figlio, cerca, indaga in ogni dove pur di venire a capo del mistero che le ha precluso ogni notizia, ogni rivelazione di quel suo perduto bene.

Prima titubante, poi a confronto diretto con la stessa Philomena, il giornalista Martin Sixsmith, d’accordo con una rivista di gossip ultrapopolare, decide di aiutare l’anziana signora che, pur allettata da questa prospettiva, non s’intimorisce né rinuncia ad affrontare con risolutezza ogni prova pur di trovare qualche informazione sul conto del figlio scomparso. Così, il giornalista e l’attempata signora partono per l’America, dopo aver inutilmente cercato al carcere-convento irlandese in cui Philomena ha patito la sua tragedia, e qui presto scoprono che il piccolo Anthony subito diventato Michael, è morto nel 1995  43 anni. Questa stessa scoperta serve all’impavida Philomena e al suo scudiero-detective Sixsmith per venire a conoscenza di tante altre cose sul conto di quel figlio scomparso.

Ad esempio, che era un alto funzionario della presidenza statunitense (con Reagan e Bush senior), che era omosessuale e accasato con il suo amico del cuore Pete. Quindi, in un’altalena di scoperte incredibili (lo stesso Michael aveva vanamente cercato la madre, persino nel convento dove era nato e dove ora era sepolto per suo espresso desiderio) fintantoché i due decidono di tornare in Irlanda, perché lì, in quel convento-carcere, si può davvero chiarire il mistero di tante disavventure.

Ed è proprio così che si viene a capo di un intrico determinato dal cinismo, dalla spietatezza di certo malinteso rigore moralistico e censorio. Il piccolo Anthony e il maturo Michael risultano così le vittime sacrificali di un’ottusità, di un fanatismo bigotti che, ancora oggi, perpetuano chiusure, dispotismi fonti soltanto di guasti e desolanti vicende. Tutto ciò è raccontato attraverso la puntuale evoluzione della medesima ricerca di Philomena, via via sempre più consapevole e sapiente delle contrarietà del mondo. Tanto che, fino all’ultimo di fronte alla pervicace negazione delle suore della Misericordia di riconoscere le loro colpe inescusabili di ieri e di oggi, riafferma con serenità e acquietata dolcezza la propria fede, anche e soprattutto contro malefatte e colpe di religiose indegne e conformiste.

C’è in questo dramma, di tanto in tanto punteggiato di ironiche sortite – della vissuta Philomena e del giornalista Sixsmith – che insaporiscono ancor più la prova superlativa di Judi Dench (appunto Philomena) qui assolutamente decontratta e naturale in un ruolo di prismatica complessità, e di Steve Coogan (attore britannico di vasta popolarità come comico, qui anche quale  produttore) che modulano con elegante misura una storia destinata a suscitare ancora amarissime riflessioni. Significativamente, il regista Stephen Frears, qui al meglio della sua maestria, si augura che Philomena possa essere visto dal nuovo Papa Francesco. Sarebbe oltretutto un atto dovuto. Perlomeno, all’ancora viva e vegeta Philomena.

Autore: admin

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