Salvo SCIBILIA- Intercambiabilmente distinti (“Grasse risate”,uno spettacolo di Faroni e Paroni)




Teatro           Lo spettatore accorto

INTERCAMBIABILMENTE DISTINTI

Paolo Faroni e Fabio Paroni di scena a Milano con “Grasse risate”

****

Rischiarata da un parsimonioso e crudo gioco di luci, davanti a me la scena delle Grasse risate era quasi vuota: da un lato un tavolino malinconico con una sedia, dall’altro una piccola panca. Lo spettacolo è scritto, agito e diretto da una coppia comica giovane ma già professionalmente matura: Paolo Faroni e Fabio Paroni, compagnia Bluscint. E di certo non si offenderanno se qualcuno con un chiasmo buffo quanto arbitrario li chiama, come ho sentito in sala, Fabio Faroni e Paolo Paroni. In effetti, la loro interscambiabilità è totale e forse ciò dà al loro sodalizio artistico spessore e prospettiva.

Grasse risate si gode in purezza, senza elementi estranei alla comicità, dunque.

Un braccio di ferro leale e senza vie di fuga. Lo spettatore abbandona senza rimpianti il circuito della prevedibilità in cui la battuta è tenuta ad arrivare al momento giusto, quasi telefonata, per non tradire il tempo comico. Nel caso di Faroni e Paroni, la stoccata finale di ogni ciclo di battute entra in un clima stravolto dalla loro imprevedibilità in cui gli scoppi d’ilarità sono sonori, irrefrenabili e contagiosi.

La punta del loro fioretto è sapidamente avvelenata. Nelle loro parole si scivola, s’inciampa, si finisce a gambe all’aria. Lo spettatore rischia di scorticare la propria sensibilità. Lontano dalla consunzione della parodia di qualcosa o di qualcuno, lo spettacolo ha il suo humus creativo nella stessa comicità, o meglio nelle interpretazioni che della comicità è possibile dare. La distanza tra l’oggetto risibile e la risata effettiva innesca un cortocircuito trascinante e pieno di spirito. Il punto è proprio questo: può diventare lieve il peso della cultura?

È concepibile un riscatto comico per un “impegno” diventato ormai vuota ritualità? La semplicità è l’arma dello sprovveduto o è, piuttosto, un punto d’arrivo, una conquista? Uno dei due vuole la comicità culturalmente puntellata, l’altro invece esalta la sapida grossolanità.

Uno costruisce assemblando citazioni colte, l’altro provvede a smantellare qualunque “sovrastruttura” con una crudele semplicità finta-contadina. Quando il castello di carte crolla, si ride.

Il ritmo è serrato, la sequela di battute è ininterrotta come gli applausi che hanno punteggiato per intero questa pièce godibilissima finendo col riscriverne la partitura interna. E la risata, si sa, distrae, è divergente, di-verte, porta lontano, talmente lontano che ho fatto fatica a ritrovare la mia auto parcheggiata.

Autore: admin

Condividi