Francesco NICOLOSI FAZIO- Post teatro (e “Post mortem” di e con Nino Romeo. Teatro Brancati di Catania)

 

 

Il mestiere del critico

 

POST TEATRO

“Post mortem” di Nino Romeo. Regia Pippo Di Marca. Con: Nino Romeo. Coproduzione Compagnia del metateatro e Gruppo IARBA.  Al Teatro Brancati di Catania

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La locandina mostra un tremendo squarcio di Burri. Lacerante. Questo è l’esatto effetto dell’opera di Nino Romeo, che tautologicamente impersona un medico universitario valente “tagghia-morti”; il siciliano del termine è d’obbligo, come nel testo, partito come racconto in lingua siciliana per la “Biennale delle Isole” in Corsica e poi mutato in opera teatrale.

Un uomo in scena, davanti a tanti bicchieri-scacchiera da cui beve, narra la sua vicenda di uomo, medico e professore di medicina legale: dalle umili origini, agli onori del sacro soglio universitario, nonostante il mobbing, subito in passato per una storiaccia con un’infermiera. Nella sua professione è agevolato dal suo olfatto: una sorta di sinestesia gli consente di “vedere” nei corpi il male con il naso Il fato si ripresenta, inesorabile, quando l’uomo deve vivisezionare il corpo della figlia vittima di femminicidio.

Ognuno ha con il proprio dialetto un rapporto più o meno intenso. Personalmente lo sento partire dalle viscere, come dividendo in due l’origine della la lingua usata: a monte del cuore l’italiano, giù in basso il siciliano. Pur conoscendo ed apprezzando da decenni la grande opera e la persona di Nino Romeo, non gli ho mai posto la domanda sull’origine anatomica delle sue parole in siciliano: mi sembra ovvio che, anche per lui, scaturiscano dalle sue viscere. Quest’opera viene proprio dal profondo.

Il bisturi di Nino affonda, oltre che nei corpi da studiare, soprattutto in una società arcaica e corrotta, che, particolarmente in Sicilia, soffre contemporaneamente di tutti i mali del passato e del presente: il perbenismo, le gelosie, le ipocrisie, la mancanza di valori, l’amore come strumento, il denaro come metro della vita  Ed ecco che l’analisi di Romeo è impietosa, sceverando le tante miserie dell’uomo, che viene scoperto ed “aperto” in ogni suo aspetto più meschino, fino all’atto finale verso il corpo della figlia, atto che è sempre e comunque un atto d’amore paterno.

Un siciliano quasi arcaico e desueto che pochi riescono a capire ma che, grazie alla recitazione di Romeo colpisce direttamente allo stomaco lo spettatore, mostrando lacerti della sua stessa anima, immedesimandosi nel personaggio che vive la sua “odissea di uomo senza qualità” (Di Marca). Il personaggio, giostrando con i suoi bicchieri da cui beve in continuazione, sembra poter giocare con le vite e gli eventi, governandoli, ma nulla può contro il tremendo finale.

Lo spettacolo gode di una splendida asincronia tra l’arcaicità della lingua usata e la modernità della recitazione, schietta e naturale che riconduce all’antica tradizione del teatro catanese, che va da Martoglio a Musco a Turi Ferro attingendo da Giovanni Grasso che, ci svela La Marca, fu un ispiratore di Lee Strasberg per il suo “Actor’s studio”. Una recitazione. quella di Nino Romeo, che è ricerca e tradizione, per un teatro che guarda avanti e solo così potrà avere un vero futuro.

Autore: admin

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