Sauro BORELLI- Due in amore, in guerra (“Molière in bicicletta”, un film di Le Guay)



Il mestiere del critico



DUE  IN AMORE, IN GUERRA

Il nuovo film di Le Guay “Molière in bicicletta”

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“Accontentiamoci di dire che il teatro, come la vita, è un sogno, senza preoccuparci troppo della menzogna”. Jean-Louis Barrault, l’impareggiabile attore delle scene d’Oltr’Alpe, ebbe a dire questa cosa nella sue memorabili “Nuove riflessioni sul teatro”. Avessero tenuto a mente questa originale intuizione del sommo collega né Fabrice Luchini, né Lambert Wilson, né ancor meno il cineasta Philippe Le Guay, autore del nuovo film Molière in bicicletta (dopo aver azzeccato, nel 2011, il suo garbato Donne del sesto piano, anche lì con l’assiduo Luchini), non si sarebbero certo imbarcati in un’impresa che, sulla carta, originariamente, sembrava soltanto un’astratta velleitaria voglia matta.

Le cose, per fortuna, sono andate altrimenti. E così, ci siamo trovati davanti questo Molière in bicicletta, che nella sua informale, trasgressiva struttura narrativa dà corpo e senso – grazie al complotto spiritoso dei menzionati  Luchini-Wilson-Le Guay – ad una pièce di sapida, intelligente attrattiva incentrata tutta com’è, da un lato, sull’allettante richiamo dell’arte di Molière e, dall’altro, sulla sapienza ben temperata di interpreti espertissimi del gioco scenico  e, ancor più, dell’introspezione psicologica. Tanto da disegnare sullo schermo una sorta di rappresentazione “a tesi” che, appunto, partendo dall’evocazione del classico Misantropo di Molière approda, per vari spostamenti di sbriciolate faccende, ad uno spettacolo via via sempre più coinvolgente, appassionato di una moralità laica, ironicamente disincantata.

Dunque, questo l’innesco e il conseguente sviluppo del caustico Molière in bicicletta. Il prestante, simpatico Gauthier (Lambert), fortunato protagonista di popolari serie televisive, si mette in testa il proposito di andare a ricuperare, dal suo scontroso isolamento in un personale eremo nella ventosa località atlantica dell’isola di Ré, il suo odiosamato collega Serge (Luchini) con l’idea di realizzare, insieme a lui, la messinscena del molièriano Misantropo, come si sa incardinato sui due ruoli centrali: lo scorbutico Alceste e il più tollerante, vissuto Filinte.

Questo, di massima, l’impianto del racconto. Ma poi, subito dopo, si susseguono gli accadimenti contingenti, quotidiani di una banalità perturbante, invasiva. Gauthier, benché volonteroso e paziente nel superare piccoli, incalzanti inconvenienti, viene prima salutato al suo arrivo nel provincialissimo borgo balneare da profferte smodate di simpatia dalla gente che incontra e, poi, da stressanti richieste di questo o quel personaggio (in ispecie un noioso taxista, col quale alla lunga finisce a botte). Ma il confronto più arduo sarà in seguito col malmostoso Serge determinato – sembrerebbe – a negarsi risolutamente alla trovata di Gauthier di recitare insieme (persino alternativamente scambiandosi i ruoli di Alceste e Filinte) l’agognato testo del Misantropo.

Allo scopo, viste le reiterate ripulse di Serge di addivenire alla soluzione prima ventilata, i due, dopo fitti conversari e qualche acceso bisticcio, si decidono per adottare una strategia mediana per non lasciar cadere la controversa questione. Ovvero, si danno tempo una settimana per provare in modo intensivo il testo molieriano con quotidiane letture e messe a punto, non prive di qualche dissenso radicale sul senso e sui toni della pièce. Cosa questa che instaura tra i due pur esperti attori consuetudini e modi certo amichevoli e cordiali, ma costantemente velati da una latente “diversità” e attitudini esistenziali divergenti.

In più, mentre di giorno in giorno assistiamo ai pur godibili scorci dei brillantissimi dialoghi tra Serge e Gauthier, ecco che s’inserisce nel rapporto sempre problematico tra i due, la volitiva, un po’ brusca divorzianda italiana Francesca (Maya Sansa) che, un po’ scontrosa ma poi solarmente disponibile, che con la sua presenza turba abitudini e sentimenti dei concorrenti amici.

Aspetto di fondo, resta, peraltro, il problema di dare concreta attuazione al progettato Misantropo. Ma, finalmente, tutto sembra imboccare la strada giusta: i committenti parigini dello spettacolo approntano contratti e date dell’evento e, soltanto, il privatissimo “intoppo” di un impreveduto affare di letto tra Gauthier e la bella Francesca rimette in causa l’accordo preventivato, anche se il bizzoso Serge sembra soprassedere con sportività allo sgarbo dell’amico e della donna, cui aveva pensato con qualche intenerito trasporto.

L’epilogo, va detto, non è per niente lieto. Mentre si sta svolgendo un festoso rinfresco per celebrare la fausta nascita della rappresentazione, l’irriducibile Serge, perfettamente abbigliato con la montura d’epoca del molieriano Alceste, inforca la bicicletta e arriva sorridente in mezzo alla garrula riunione e, gelando l’intiera compagnia, dichiara, impunito, che lui non sarà assolutamente della partita. Sbalordimento e recriminazioni sdegnate degli astanti, ma ogni protesta è vana. Serge-Alceste di nuovo in sella alla bicicletta si avvia, sereno e appagato, verso il suo ritrovato eremo.

Che cosa vuol significare una simile storia, al di là del gusto del divertissement e della sapienza di un tale intrico psicologico e drammatico? Forse poco sul piano effettuale della vicenda, ma sicuramente molto su quello della reciproca compensazione degli affetti della ripristinata comunicazione culturale tra personaggi, realtà apparentemente inconciliabili ma sotterraneamente complici, umanamente complementari.

Autore: admin

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