Roberto TROVATO- Alla casa danzante con il manichino (per un libro di Ludovica Radif)



Scaffale*

ALLA CASA DANZANTE CON IL MANICHINO

Ovvero,  libro di Ludovica Radif che “indossa un anello”- Premio Inscenaonline 2013


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Nel corso dell’annuale assemblea della Associazione Nazionale Critici Teatrali, tenutasi a Lecce/Mesagne negli scorsi 31 ottobre – 2 novembre, oltre ai premi dell’ANCT sono stati assegnati anche premi speciali indetti da riviste di settore.

In particolare, la rivista Inscenaonline (consultabile sul sito http://inscenaonline.site88.net/)  di cui è curatore responsabile il giornalista  Angelo Pizzuto, ha assegnato il premio Inscenaonline 2013 alla produzione drammatica neosurrealista di Ludovica Radif.

Così recita la motivazione letta nell’occasione da Caterina Barone:

“Si premia Ludovica Radif per la ridente leggerezza del suo “Teatro del Manichino”, serie di racconti neo-surrealisti, corredati di bozzetti e spunti scenografici, di viaggi per città d’arte di una Lei in compagnia del Sogno fatto persona, l’attraente Manichino, che è sfida continua al movimento e alla parola”.

Si tratta di una serie di racconti teatrabili aventi come personaggi una curiosa Lei anonima in cui il lettore è invitato a identificarsi e un Manichino, che ne impersona il sogno.

Si parte con l’incontro (Tango col Manichino, Genova 2012), narrato suggestivamente nell’atmosfera rarefatta dei vicoli della Plaka ateniese e nelle stanze di una casa, che si improvvisa scenario per azioni sul confine tra la realtà e l’immaginazione, appunto nella surrealtà, verso cui la Radif si trova singolarmente predisposta. Il surreale qui conosce una innegabile rivisitazione oltre gli sperimentalismi di inizio Novecento, proprio perché il Manichino soltanto da un punto di vista fisico o grafico assomiglia ai personaggi muti e fermi dechirichiani; di fatto è tutt’altra cosa e lo dimostra proprio interagendo con la protagonista e parlando a modo suo. In effetti la sfida è quella di attribuire gesti e mimica a un volto che forse è addirittura privo di bocca…, per cui si interroga fino a che punto sia il Manichino o sia la donna a interpretare qualcosa sul suo volto, che a Lei parla in quel modo.

Questo dubbio si supera nel secondo racconto, che inaugura la nuova serie dei Viaggi col Manichino, “bazzicando per l’arte”, cioè aggirandosi a passo di danza in città particolarmente rilevanti sotto il profilo estetico-architettonico. Ci troviamo a Barcellona (Pipistrelli a Batlló. A Barcellona col Manichino Genova 2012), dove i due si riabbracciano nell’occasione di un’asta di bozzetti surrealisti, per poi trascorrere una vacanza lungo le opere di Antoni Gaudì.

Il secondo viaggio di svolge a Praga, e, come si può arguire dal suo titolo Alla Casa Danzante col Manichino (Genova, Compagnia dei Librai 2013, pp. 68, euro 5,50) individua all’interno del tessuto urbanistico come particolarmente adatta ai due protagonisti una costruzione che si impone all’attenzione per la sua stravaganza, la cosiddetta Casa Danzante, o Ginger & Fred perché ricorda per la sua conformazione i due celebri ballerini di tip tap…

Come gli altri testi, è realizzato in forma artigianale formato A5 con una spirale e bozzetti in bianco e nero che aiutano il lettore a immaginarsi quanto sta accadendo, mentre la scrittura persegue uno stile sintetico ma anche poetico dove grande attenzione è riservata ai particolari del paesaggio che possono dare un’idea dell’atmosfera, come si può vedere nelle battute seguenti: “Dopo aver gironzolato presso il vecchio mulino ad acqua, a tarda sera sostavano romantici sul vecchio ponte di Český Krumlov, lasciando che i pensieri fossero cullati dagli arpeggi medievali, sorretti da angeli in vetro colorato… M – Mi piacerebbe recarmi nella Kaurinzia…, desiderava  onirico. L – Non so dove sia, ma, detto da te, mi attira, potrebbe essere il luogo d’origine di questo indiscreto nastro ottomano” (p. 32).

In questa prospettiva l’autrice continua a dotare i suoi racconti di alcune sagome in materiale plastico, che hanno la funzione di suggerire spunti scenografici, come spiega nell’Introduzione “le sagome si intagliano in materia similghiacciata, elementi architettonici nelle brume invernali: finestre, porte, ponti, architravi, botole, specchi variamente posizionati si potrebbero applicare a più pagine del racconto, come scorci ulteriori di osservazione. Il libro sfoggia addirittura un anello, emblema del nuovo abito che la realtà assume” (p. 4).

Quella dell’anello che si aggancia alla copertina è una provocazione che fatica a non stupire anche coloro che, come me, conoscono la sua originalità di impostazione editoriale: il lettore è invitato a chiedersi da dove venga questo anello e che cosa simboleggi nell’architettura narrativa del plot.

La città di Praga viene evocata nei suoi monumenti più caratteristici, come Ponte Carlo, la Obecní Dům (la casa civica), le case cubiste, le chiese barocche, eppure il modo in cui viene descritta dai due ce la allontana indefinitamente in orizzonti quasi mitici, per cui un bicchiere è un tronco di cono e una tazzina è un tronco di piramide… come dare loro torto??

Anche il rapporto che intercorre tra i due suggerisce spunti: lei è innamorata, lui attratto, ma schivo; lei indossa vaporosi tutù, ghette, manicotti, maniche staccabili indipendenti e quant’altro; lui è casualmente di marca e contento di non doversi fermare al museum-shop; lei prende l’ispirazione dall’uomo e l’uomo la stima ma la ritiene bizzarra…. Eccetera…

Due grosse novità intervengono nella trama: anzitutto si aggiunge la presenza fattiva di  MM una sorta di longa manus con cui il Manix (sempre più spesso lo si chiama così) va oltre  se stesso, agendo anche per interposta persona: a qualcuno forse potrà ricordare la versione supereroica dei personaggi di Pippo / Superpippo (o Paperino / Paperinik) quando una nocciolina particolare fa la differenza di prestazioni tra il personaggio standard e qualcosa di più. In  pratica la protagonista sente la sua benefica presenza anche nei gesti gentili di persone esterne, che incontra nelle sue strane avventure (un sorriso del compagno di viaggio o l’illuminante consulenza in un archivio). Ma il Manichino stesso muta, perché abbandona il linguaggio soltanto gestuale per assumere battute vere e proprie; l’espediente drammaturgico a nostro giudizio riuscito (anche se da un punto di vista prettamente scenico ci sarebbe da discutere su come attuarlo effettivamente nella rappresentazione) è il riferire la battuta come se fosse condensata in un gesto o in un movimento compiuto dal Manichino; per esempio a p. 14:

M – Ti va bene che io non faccio programmi, almeno non di questo genere… sorrise.

L – Vedi, a questo ciondolo antropomorfico puoi cambiare d’abito, volendo.

M – Volendo, replicò col sopracciglio… Piuttosto, potreste cambiarvelo fra di voi, suggerì malizioso con un rapido gesto.

si può ricondurre alla bocca, al sopracciglio o alla mano quello che viene espresso verbalmente.

Il racconto utilizza i sette piani della casa come altrettanti capitoli (e i mezzanini sono gli intermezzi), in un ascensore che li traghetta di livello in livello dalla materialità fino alle esperienze più culturali o spirituali, con un’ulteriore ambizione di potersi fare dono alla fine al lettore. Così forse possiamo interpretare la scatola rotonda a righe azzurre entro cui i due personaggi si calano a fine anno 2013 per una sorpresa a Wlado… Wlado indubbiamente richiama Vlado Milunić, l’architetto croato che la realizzò nel 1996 in cooperazione con il canadese Frank Gehry; in effetti ricordiamo che il progetto iniziale, sostenuto anche dal presidente ceco Václav Havel, prevedeva l’utilizzo dell’edificio per scopi culturali. È come se i due personaggi con quel loro danzare leggero sulla realtà della casa ne vivessero anche le possibili atmosfere artistiche e surreali inespresse.

Se in questo teatro neosurrealista il Manichino non è certo un automa, anzi appare sempre più indipendente nei gusti e con una spiccata sua personalità (ama il dolce, l’arte, è timido…), c’è un’altra figura da cui la protagonista appare quasi calamitata: l’uomo, che, poliglotta, dunque interprete per eccellenza, le rivolge, di tanto in tanto, poche battute, ma degne delle più alte riflessioni; frasi come “O si vive o non si scrive” e il suo antinomico “O si scrive o non si vive” non lasciano indifferenti…

Dai Carpazi via Karpathos era giunto ad Atene, poi dai laghi via Malaga si intratteneva con lei sulla spiaggia di Barcellona, ora lo ritroviamo a Praga appoggiato con una mano ai sostegni di un tram, il 17, quello che li lascia sul Rašínovo Nábřeží. Indipendentemente dalla lingua sa sempre come interpretare la realtà agli occhi della protagonista; e dunque non ci resta che attendere la prossima sua frase sibillina che dia avvio a un nuovo tour, convinti che la Radif con questa saga abbia inaugurato un percorso innovativo, capace anche, lo dico come docente di drammaturgia che ha adottato tutti questi racconti nel corsi, di coinvolgere i ragazzi in percorsi ricchi di idealità.

 

*Ringraziamo Roberto Trovato, docente di Drammaturgia all’Università di Genova

Autore: admin

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