Francesco NICOLOSI FAZIO- Colpo d’ala (“Hedda Gabler” di Ibsen, regia di Calenda, Stabile di Catania)


La sera della prima


COLPO D’ALA.

 

“Hedda Gabler” Di Heinrik Ibsen. Regia Antonio Calenda. Con: Jacopo Venturiero, Manuela Mandracchia, Simonetta Cartia, Federica Rossellini, Luciano Roman, Massimo Nicolini,  Laura Piazza.  Al Teatro Stabile di Catania (e dal 17 dicembre al Quirino di Roma)

 

****

 

Helda, giovane moglie di uno studioso, figlia di un generale, è imprigionata in una vita borghese. La (poca) tranquillità familiare viene turbata dal ritorno di un vecchio/giovane spasimante, antagonista del marito anche nella professione. La perfidia della donna, gelosa della microscopica felicità di una donna vicina all’ex, porta lo spasimante al suicidio. Quando anche il marito intraprende lo stesso rapporto amichevole con l’altra, anche lei si sopprime.

Trama contorta e inverosimile, pretesto per una dissertazione simil-freudiana da parte di Ibsen, che tratta gli esseri umani come cavie da laboratorio. Forse anche per questo motivo l’opera non ebbe grande accoglienza, non solo per la scabrosità del tema. Se l’insuccesso fosse causato dalla scabrosità, di Shakespeare non si sarebbe sentito parlare da tempo. Mentre questa opera non è certo la più rappresentata del grande norvegese, che qui è come se avesse ridotto la sua visuale per colpa degli alti fiordi della sua terra. Una sorta di Bovarismo patologico è il centro della vicenda, un malessere che si irradia dalla protagonista agli altri personaggi, tutti in cerca di qualcosa.

Negli anni d’oro del teatro di ricerca (più di 30 or sono) si tentò qualche lettura “femminista” della vicenda, cercando di evocare una eco tra Helda e la signorina Giulia, ruoli femminili inevitabilmente perdenti, in un’epoca assolutamente maschilista.

La messa in scena di Calenda ripercorre in modo esemplare la vicenda, lasciando ad Ibsen l’unica interpretazione possibile del testo, con una cristallizzata capacità didattica, che viene richiamata e declamata spesso in scena dai due ricercatori, aspiranti professori e dall’enigmatico personaggio del “giudice”, che va anche lui sulle tracce della bella protagonista, tutti dissertando di cultura, di morale e modi di vivere. Il suicidio è d’obbligo. Unico colpo (d’ala) consentito in questo squallore.

Scena canonica, costumi gattopardeschi, recitazione calibrata. All’appello mancano taglio, visione e poetica. Ma sappiamo che il teatro non può più permettersi di “ragionare” dovendo solo riprodurre il già visto, per non rischiare di perdere qualche spettatore o, peggio, i miseri contributi che vengono, ancora per poco, corrisposti e con il contagocce. Pericolo bocciatura!

Potete a scelta concludere queste righe con una delle frasi celebri di Eduardo. “Gli esami non finiscono mai!” oppure: “A’ da passà a nuttata!”. Purtroppo questo articolo non interagisce.

Anche i critici non prevedono modifiche al testo.

Autore: admin

Condividi