Giuseppe CONDORELLI- Nino Romeo e il ‘mistilinguismo’ (a proposito di “Post mortem”)

 

 

 

Il mestiere del critico

 

NINO ROMEO E IL ‘MISTILINGUISMO’

“Post mortem” di scena al Teatro Brancati di Catania

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La morte è una lunga fila di bicchieri e di bottiglie vuote. Anzi la vita e la morte sono quelle bottiglie e quei bicchieri: pedine e personaggi ad un tempo di una storia che le mani del protagonista-demiurgo dispongono su un tavolo, micro-luogo perfetto della rappresentazione – e nella ovvia metafora dello spazio del teatro stesso la regia di Pippo Di Marca rivela il suo geniale lampo – topos della manipolazione e della menzogna, della verità e dell’esistenza. Di una esistenza anzi, rivissuta “Post mortem”: quella di Delfo Torrisi, il protagonista dell’omonimo atto unico di e con Nino Romeo, in questi giorni sui legni del Brancati di Catania (e ce ne ricordiamo certo della “prima”, negli spazi del Camera Teatro Studio, in anni felici).

Un’esistenza tragicomica, di un’ascesa e di una discesa agli inferi senza ritorno. Delfo, dalle umilissime origini (suo padre è infatti di “Cirinu u’ munnizzaru”) è un più che promettente studente di medicina dal metabolismo sessuale esuberante ed impulsivo, segnato però dalla stimmate di un erotismo oscuro e terribile, a causa del quale viene relegato come spaccamotti nei bassifondi dell’ospedale Vittorio Emanuele di Catania. Ma è proprio nella caduta che Delfo dimostra la sua eccezionalità: è infatti uno straordinario olfatto, eredità genetica di famiglia, che gli consente di stabilire ora, momento e causa di ogni decesso, a schiudergli addirittura una carriera luminosa proprio nell’Istituto di Medicina legale.

In un vertiginoso a rebours sarà lui stesso, ormai affermato prufissuri universitario, a ripercorre la sua vicenda professionale e umana lungo la sinusoide farneticante del suono-lingua del dialetto catanese.  Il suo viaggio si compie infatti anche e soprattutto attraverso la lingua. O meglio: in quell’arduo gioco di espressività e funambolismo del dialetto catanese percorso in maniera straordinaria da Nino Romeo in ogni suo acuminato “dire”.

Con “Post mortem” infatti quel mistilinguismo, certo elemento assai notevole del teatro di Nino Romeo si è ormai naturalmente riversato nella parlata dialettale – pensiamo a “Cronica” o a “Fatto in casa” – ed è ormai divenuta logos per eccellenza: certo come dichiarato omaggio alla paterna “sapienza linguistica”, ma soprattutto varco meticoloso attraverso cui si accede alla riflessione profondissima sulla morte, sul sesso, sulla paternità, ovvero i tre elementi chiave di “Post mortem”.

Nell’arco di tre sequenze, l’umore alcolico (ed i suoi effetti) su cui s’avvita la voce-performance di Nino Romeo consente a Delfo di sciorinare una vicenda apparentemente surreale, giocata tra i poli opposti di oggettività, esternata nel contatto con la lingua madre, e di soggettività, impastata appunto questa nella lingua animale del dialetto lungo un climax narrativo tanto incalzante e convulso, quanto lancinante e terribile nella culmen dell’infrazione del più spaventoso dei dei tabù.

Anche se struttura, contenuti e scioglimento della vicenda potrebbero benissimo evocare anche atmosfere brancatiane ora le più dolenti ora le più erotiche; anche se “Post mortem” potrebbe condurre sugli spinosi sentieri di una devastante decostruzione alla Celine, Nino Romeo impone alla sua messa in scena un procedimento degenerativo: non solo narrativamente, attraverso una sorta di caccia all’uomo (Delfo prima vilipeso, poi esaltato infine perseguitato e retrocesso alla mansione di “spaccamotti”) ma soprattutto attraverso una dinamica drammaturgica costruita su un mutevole, schizofrenico, gioco di ruoli – grazie al quale il protagonista si racconta in prima e in terza persona – teso a spostare ogni equilibrio raziocinante anche nello spettatore.

Perciò Romeo-Delfo è una antifrastica sirena, autoseducente: offrendosi questa volta la letteratura se non come salvezza almeno come confessione e rivoluzione, ricerca – “post mortem” appunto – di un com/patire che nessuno avrebbe mai pensato di concedere al protagonista. Cui il “rasto” intimissimo della sua carne accorda, alla fine, una redenzione sì spaventosa, ma tutta umana.

Autore: admin

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