Sauro BORELLI- Povera ricca (“Blue Jasmine”, il nuovo film di W.Allen)



 

Il mestiere del critico


POVERA RICCA

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Il nuovo film di Woody Allen “Blue Jasmine”

 

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Avevamo sofferto delusi lo scivolone dell’ultimo Woody Allen col maldestro Rome with love, ma il cineasta newyorkese con un colpo di reni risoluto s’è rizzato di nuovo verso i suoi più prestigiosi standard. Il prodigio s’è verificato col suo nuovo film Blue Jasmine, un dolceamaro racconto arieggiante in modo trasparente al ben altrimenti morboso melodrammatico Un tram che si chiama desiderio (dalla pièce di Tennesee Williams), non dimenticata prova di Elia Kazan, interpreti d’eccezione Marlon Brando e Vivien Leigh (nel ruolo tormentato di Blanche Dubois). Stavolta, inoltre, tornato “a casa” dopo il variabile tour europeo, Allen s’è concentrato soprattutto sulle figure emblematiche di Janette (presto ribattezzata Jasmine), della sorellastra Ginger, dell’infido marito Hal e di una piccola cerchia di persone variamente segnate da comportamenti, attitudini per un verso o per l’altro irrimediabilmente biasimevoli.

Al centro di tutto sta, peraltro, proprio Jasmine – una portentosa caratterizzazione di Cate Blanchett (significativamente già interprete eccezionale del menzionato ruolo di Blanche Dubois sulle scene australiane) –: in un primo tempo signora borghese di facoltoso stile di vita newyorkese presto tradita e ridotta sul lastrico dal marito truffatore (e poi suicida in carcere); quindi, disorientata e nevrotica sopravvissuta vittima alla ricerca di qualche soluzione esistenziale rifugiandosi a San Francisco presso la sorellastra Ginger, a sua volta afflitta da una condizione economica desolante e da un ex marito (a sua volta truffato dal cognato) volgare, intollerante, oltreché da un altro pretendente violento e vendicativo. In simile groviglio di bassezze, di contrarietà continue, Jasmine, facendo ricorso a una fiammeggiante autosuggestione, cerca (vanamente) di recuperare modi e consuetudini del suo passato benessere, ma il conformismo come anche l’impermeabilità della società borghese, cui per un certo periodo era appartenuta, determinerà, dopo traumi psicologici e materiali devastanti il tracollo della donna, colta nell’epilogo del racconto a parlare, a straparlare da sola su una panchina di un parco cittadino.

C’è in questa vicenda – come si diceva – un’analogia marcata con il dramma di Williams Un tram che si chiama desiderio, però, a differenza di quello, Woody Allen imprime al suo lavoro un intento più sottile, più emozionale dell’originaria tetraggine patologica prospettando una storia quasi esemplare dell’attuale malessere di una condizione esistenziale, ormai priva di valori e idealità, destinata a naufragare o nella desolata precarietà, o nella rovinosa débâcle psichica. Blue Jasmine ripristina anche nel contesto dell’altalenante carriera cinematografica di Woody Allen un momento certo rivelatore. Superati, infatti, i racconti, le sortite, gli slanci a metà moralistici a metà ironici di una ricerca personalissima, il brillante autore di Prendi i soldi e scappa indugia e indulge qui in una riflessione appena velata da residue tracce umoristiche della contemporanea crisi globale. Jasmine, in definitiva, risulta la vittima sacrificale di un degrado civile – sembrerebbe – irreversibile.

Autore: admin

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