Michele PROSPERO*- Il Cavalere disarcionato (triste e solitario y final)

 

 

Il Cavaliere dimezzato

 

TRISTE E SOLITARIOY FILAL

La decisione sulla decadenza di Silvio Berlusconi è solo politica

Salvo colpi di coda (e quattrini elergibili)

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Implorava perdono e invece ha ricevuto il colpo di grazia. Per questo sgarbo intollerabile, il Quirinale torna ad essere il bersaglio preferito delle furie distruttive di Silvio Berlusconi. Nel suo assalto all’arma bianca, il Cavaliere condannato strizza l’occhio ad altri sovversivismi (e in giro ce ne sono tanti) che puntano sul Colle più alto per abbattere l’ultima fortezza di una Repubblica che mai prima d’ora era apparsa così fragile. Allontanato fuori dalle istituzioni parlamentari per via del macigno insuperabile della decadenza e dell’interdizione, e invitato ad accomodarsi lontano dal governo per la scissione dell’ala responsabile del suo vecchio movimento, Berlusconi vuole tramutare la crisi radicale del sistema politico in una catastrofe istituzionale incontrollabile.
Per simulare una prova di forza risolutiva, che proprio dalle macerie gli doni il magico tocco della rinascita, indossa la maschera del leader rivoltoso e temibile perché carico di odio. Senza più nulla da perdere, se ne infischia delle regole, ride della correttezza istituzionale, trascura gli effetti perversi delle proprie minacce, non assume il peso delle azioni devianti. Tutte le strade degli amanti del peggio che affollano un sistema allo sbando portano al Quirinale, individuato come il luogo del terminale duello per spezzare ogni residuo momento di equilibrio e accelerare la dissoluzione della repubblica parlamentare.
L’annuncio del nuovo partito di Alfano di non partecipare alle manifestazioni di piazza convocate da Berlusconi nella sua folle sfida allo Stato di diritto, ha mandato su tutte le furie il Cavaliere, che si sente tradito proprio nella prova più ardua. Ma la scelta di Alfano contribuisce al positivo rischiaramento della fase politica torbida. Dopo tante stucchevoli dichiarazioni d’amore verso l’antico padre padrone appena abbandonato al suo destino, il nuovo centro destra è costretto a scandire con voce più nitida da che parte si colloca tra i fuochi delle barricate.

È chiaro che dinanzi alla guerra senza prigionieri dichiarata da Berlusconi contro la Repubblica ferita, la fuga degli uomini di Alfano è un gesto di esplicita inimicizia. È presto caduta ogni facile illusione sulla possibilità di gestire una tranquilla separazione concordata, con la suddivisione dei compiti tra una destra di lotta e una destra di governo. Dinanzi a un Cavaliere che nulla concede ad una strategia politica di più ampio respiro, e tutto affida invece alla brutale resa dei conti, la frattura tra i due partiti della destra è inevitabile, ardua da ricomporre. E ha un impatto strategico.
Anche il governo assume ora un’altra dimensione. Nato dalla estrema necessità di rimediare a un tripolarismo paralizzato che non lasciava alcuno scampo oltre la dissoluzione immediata della legislatura, l’esecutivo di Letta perde le finzioni delle larghe intese (che mai sono state reali e perciò la strana maggioranza suonava ad ogni passo cruciale uno stridulo inno all’immobilismo) ed è costretto dagli eventi traumatici che accompagnano la resa definitiva di Berlusconi ad assumere il significato di un delicato argine utile per la difesa della lealtà costituzionale aggredita.
In politica si gestisce un problema emergenziale alla volta, e si affida poi alla maturazione di nuovi rapporti di forza il disvelamento del senso di vecchie dispute rimaste irrisolte e l’inquadramento di nuove sfide sorte dalle circostanze mutate. E il nodo più rilevante di oggi è quello che riguarda la messa in sicurezza delle istituzioni dalla cieca volontà di impotenza del Cavaliere. Sterilizzare la carica distruttiva dell’impotenza berlusconiana non è agevole perché, più che sulla piazza in armi, può confidare sugli effetti perversi di giochi di sponda nei palazzi.

Il Cavaliere impotente può nuocere ma non riuscirà certo a vincere lo scontro. La chiamata alle armi lo lascerà ancora più isolato. Non che il blocco di interessi che da vent’anni lo sostiene sia un mondo tranquillo, per definizione immune dalle spinte disgreganti. Al contrario. Ci sono stati persino cenni di violenza di classe, quando ad esempio il movimento dei forconi minacciava sfaceli, o gli agricoltori delle quote latte si abbandonavano alla furia devastatrice. Ma i ceti sociali che Berlusconi ha rappresentato sono disposti alla difesa anche violenta di interessi monetari angusti: i loro però, non quelli di un altro. Non temono il peggio per custodire i loro affari che valutano in denaro sonante, ma non sembrano per nulla disposti a rischiare la pelle per la tutela di quelli del Cavaliere.
Una volta che ha separato il proprio personale destino (penale) dalla difesa di interessi più ampi, che avrebbe dovuto presidiare come imprenditore prestato alla politica, Berlusconi ha perso anche la possibilità di contare su una mobilitazione in suo soccorso da parte del vasto blocco sociale micropadronale. Può ricorrere ancora a colpi di coda nocivi, ma non riuscirà a superare la solitudine di un leader sconfitto.

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Autore: admin

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