Giuseppe CONDORELLI- La deriva (“Schifo” al Teatro del Canovaccio di Catania)





Lo spettatore accorto

 

LA DERIVA

 

Fiorenzo Fiorito in “Schifo”, al Teatro del Canovaccio di Catania

 

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Si chiama Sad, ha trent’anni. E’ arabo, un mangiacipolle, ma non frequenta altri arabi. Non ha un cognome da gridare se non quando passa la metropolitana. Si chiama Sad – che in inglese vuol dire triste ma in arabo significa l’orgoglioso – ed è uno straniero. Anzi è tutti gli stranieri. E’ un diverso: anzi è tutti i diversi. Arrivato da Bassora nel cupo inferno mondializzato di una nazione di uomini dalla testa perfetta, dalla pelle chiara e di parole ricche. Sad è il protagonista di Schifo, l’atto unico del tedesco Robert Schneider inserito nel cartellone de “XXI in SCENA” che Fiorenzo Fiorito – momentaneamente immigrato da Bologna nella sua Catania – interpreta con sobria e assai solida aderenza drammatica e dirige con concentrata accuratezza grazie alla quale i gesti soprattutto, i rumori e .

Sul palco spoglio del Teatro del Canovaccio di via Gulli l’odore di cipolla è la scena cruda e brutale insieme al lezzo dello sfruttamento che accompagna il mobilio misero di un escluso: una sedia – l’unico luogo che Sad si permette di considerare “casa” – una bottiglia di gin (Allah perdona, ma Sad non crede in Allah), le cipolle crude della sua cena agra e stentata, le rose in ammollo per i locali notturni, per i suoi dodici chilometri giornalieri a rimediare una vita da sopravvivenza.

E Sad di rose ne ha dovuto vendere trecento e passa per comprare il migliore dizionario tedesco-arabo, perchè a Sad piace il tedesco, il suono di quella lingua lontana che la sua Laica, la macchina fotografica, gli aveva evocato durante un’infanzia felice ed irraggiungibile in un altro mondo.

Sad conserva pochi ricordi: le mani che sente ancora calde di sua madre da una foto tormentata o il thè forte che beveva in Iraq, quando studiava Filosofia all’Università, prima della fuga da una guerra che non ha mai compreso.

Adesso Sad ha solo una parola d’ordine, come un obolo: “non-esserci, non-sentirsi, non dare nell’occhio, sparire”: e Sad sparisce a tratti dalla scena, in una continua e disturbante fuga. Anche da se stesso. Sad non ha diritto di sognare; è un illegale; un disertore. Eppure Sad è intelligente, parla la lingua del paese straniero in cui vive, conosce e cita Wittgenstein. Ma comincia a convincersi – in un crescendo di rabbia e di pietà, di provocazione e di delazione – delle ragioni di chi lo disprezza, di chi lo considera ‘altro, di chi lo reputa uno schifo: “Dreck” appunto, come recita il titolo originale. In una sorta di florilegio degli stereotipi – astuto, aggressivo, traditore, puzzolente, menzognero – il monologo lascia affiorare le zone più oscure dell’immaginario collettivo in cui la figura dello straniero-untore, si modella su quella del nemico (all’epoca dell’uscita del testo proprio quel Saddam) di colui cioè che minaccia la compattezza sociale e culturale delle democrazie, tracciando così, nel segno del paradosso le  topografie materiali e culturali di un immigrato clandestino, ripercorse anche in nome della marginalità che Sad stesso avverte addirittura biologica, (“naturale” quindi) e perciò esecrabile: “Sono straniero, volete capirlo? Cinico, sporco, bastardo straniero. E non ho diritto – continua a ripetersi ossessivamente – nemmeno alla parola sognare”. In questo modo Sad costruisce la sua identità per negazione addirittura per confermare l’inattendibilità delle sua umanità. Sad si è infatti identificato così a fondo con il paese “straniero” (ne ascolta commosso l’inno nazionale) da svelarne in fondo tutte le intollerabili contraddizioni. Così dall’ineluttabilità della sua autocommiserazione rovesciata poco a poco si propaga – in un finale in cui rimbomba il Dies irae del Requiem mozartiano – il paradigma della nostra intolleranza, del nostro rifiuto nei confronti di ogni altro. Di qualunque altro.

La regia di Fiorenzo Fiorito segna allora con un convulso sorriso, lasciandola acidamente decantare la distanza del/dal nostro modo di considerare lo “straniero”. “Schifo” è una tremenda, attualissima, lezione di male impartita da un orfano, vittima del pregiudizio, prigioniero – come recitano i versi del poeta algerino Jean Amrouche – di un “presente senza memoria e senza futuro”.

Autore: admin

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