Vincenzo SANFILIPPO-Il padiglione delle meraviglie (di E. Petrolini)

 

 

 

 

La sera della prima

 

IL PADIGLIONE DELLE MERAVIGLIE

di Ettore Petrolini
drammaturgia di
Elio Pecora e Massimo Verdastro


personaggi e interpreti:
Sirena, Titina Manuela Kustermann
Tiberio Massimo Verdastro
Lalli Emanuele Carucci Viterbi
Zenaide, Donna Gloria Liberati
Amalù Giuseppe Sangiorgi
Tigre, Arturo Luigi Pisani
Evelina Chiara Lucisano

scene e costumi Stefania Battaglia
disegno luci Valerio Geroldi
sound design Mauro Lupone
collaborazione ai movimenti di scena Charlotte Delaporte
aiuto regista Giuseppe Sangiorgi
consulenza tecniche circensi Daniele Antonini
consulenza letteraria Luca Scarlini
regia MASSIMO VERDASTRO

produzione TSI LA FABBRICA DELL’ATTORE / TEATRO VASCELLO
in  collaborazione con
Compagnia Massimo Verdastro


Roma. A volte i ricordi variopinti, che ognuno di noi conserva, dei primi spettacoli d’attrazione circensi, del primo dopoguerra, applauditi da noi ragazzini eredi di un’infanzia fatta di povertà e di sogni, riemergono sotto il grande tendone del circo di periferia. Riecheggiano nella memoria musiche bandistiche, fluttuanti acrobazie, clown irriverenti, sfide reali o simulate, caravanserragli di uomini con muscoli oleati e succinte donne cavallerizze che, come mezzo primario di sopravvivenza, si offrivano al famelico bisogno di stupore e spaesamento del pubblico.

Adesso quei ricordi, nella dimensione della memoria, riaffiorano sul palcoscenico del teatro Vascello, nello spettacolo “Il padiglione delle meraviglie,” scritto da Ettore Petrolini, atto unico in due quadri del 1924, dove il regista Massimo Verdastro, coadiuvato dall’apporto drammaturgico di Elio Pecora, integra nel testo di Petrolini, lasciato pressoché intatto, qualche “travaso” poetico paralinguistico come necessario contributo. La parola metateatrale fa da eco alle “voci di dentro”, sta nella zona liminale fra l’attore che si riveste nei panni del personaggio e l’attore che scoprendosi, evidenzia il suo travestimento. La regia organizza i quadri scenici e le sequenze dialogiche attraverso un tempo apparentemente discontinuo che passa dall’illusione allo svelamento. Ovvero attraverso la tipologia dei corpi svelati dai vaniloqui persi e ritrovati degli interpreti “prestigiatori di parole” che modulano battibecchi irti di ostacoli disseminati di parafrasi e flussi recitativi. Emergono paure, disperazione, disagi, odio, anche complicità psicopatologiche che noi spettatori cogliamo come l’altra faccia della comicità di queste “creature petroliniane”. Come in una trasmissione dell’anima esibiscono l’ambivalenza teatrale dalla commedia alla tragedia, impersonando le proprie maschere con un particolarissimo modo di recitare parodistico di modernariato teatrale con echi post-espressionisti: “possibile forma di tragicommedia, per certi versi anacronistica, per l’uomo contemporaneo”.

Così diceva Petrolini: “Il testo è una prigione, occorre evaderne! L’attore deve saper entrare e uscire dal personaggio, dismettere i panni della finzione e rivelare se stesso”. A queste evasioni Petrolini dà nome di “slittamenti” e ci parla anche di quelle pericolose assenze che chiama “sospensioni” attraverso “la perdita di senso”. Una nuova nozione del comico sembra nascere davvero dal fondo della Psiche nella storia dei linguaggi artistici del ‘900; e non a caso la poetica dello “sclittamento” coincide con il primo manifesto del surrealismo i cui temi sembrano confluire con l’attorialità petroliniana, come : la presenza di lapsus ed equivoci di ogni specie, l’abolizione della logica in favore dell’automatismo; visioni oniriche, l’immaginazione come prolifica surrealtà, l’autocaricatura, la deformazione, la maschera come rimando ad un grottesco formale, la satira ironica, amara, grottesca su personaggi pavidi raccontati in una dimensione “ischeletrita” o, se vogliamo, come sottintesa “metafora politica” del testo che Petrolini scrisse dopo la plateale e al contempo aleatoria parodistica Marcia su Roma del 1922.

Le attività del Padiglione del titolo, tra attrazioni esotiche e imbonizioni, forniscono uno sfondo movimentato per un tradizionale triangolo amoroso che vede il non più giovane Tiberio ancora innamorato della donna sirena, che lo ha lasciato preferendogli il più prestante Tigre. Tutti solidarizzano con Tiberio, il quale pur di starle accanto si umilia a vederla amoreggiare col Tigre (almeno quando lavora sta qui… la vedo la sento…) e alla fine riuscirà a riconquistare l’amata che umile e domata tornerà a vivere con lui. Un racconto esemplare del maschilismo d’epoca, con una sotterranea vena di misoginia che ascrive alle donne tutte le miserie e le sofferenze degli uomini.

L’impaginazione figurale dello spettacolo è pregevole anche attraverso costumi ed elementi di scena firmate da Stefania Battaglia, che allestisce un sotto testo visivo squisitamente colto. Molto ben focalizzato il prontuario delle pose sceniche circensi, curate da Daniele Antonini che insieme a Charlotte Delaporte creano ricercati linguaggi cinesiche delle posture, delle contorsioni, delle espressioni facciali e intriganti variazioni di movimenti di scena, valorizzando così una compagine attoriale di primordine di soggetti privilegiati dell’iconografia teatrale; disegno luci Valerio Geroldi e sound design Mauro Lupone; peculiarità queste voci di grande professionalità di tutti gli spettacoli prodotti dal Laboratorio Fabbrica dell’Attore, creato da Nanni-Kustermann. Applausi prolungati da una platea entusiasta di questo allestimento che reputiamo importante.

Autore: admin

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