Francesco Tozza- Nella danza, il teatro dell’avvenire (Waltz e Ouradme)

 


Lo spettatore acorto


NELLA DANZA, IL TEATRO DELL’AVVENIRE

Sasha Waltz e Rachid Ouramdane:

la danza contemporanea a Romauropa 2013

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Come ricondurre il teatro del presente a “laboratorio del nuovo” (magari senza gli eccessi di un rischioso quanto inautentico nuovismo)? Come sottrarlo a certo innegabile ritorno ad obsolete pratiche sceniche tardottocentesche, in cui – per dirne una – la presenza dell’attore è troppo spesso ridiventata semplice rinforzo della parola, anziché sostituirla come diverso mezzo di espressione, che poco o nulla ha in comune con il discorso, drammaturgico o semplicemente letterario? Che ne è stato di quella riscoperta del corpo, salutato da avanguardie vecchie e nuove come mezzo d’espressione autonomo e indipendente dal linguaggio verbale, dotato peraltro di una energheia espressiva e comunicativa, capace di ingenerare un circuito magnetico, una vera e propria corrente eccitante tra palcoscenico e pubblico? E’ forse il caso, allora, di  ricominciare a “pensare in termini di movimento” (come diceva il noto coreografo e teorico della danza d’inizio novecento, Rudolf Laban), in opposizione a quel “pensare in parole” che indubbiamente serve ad orientarsi ed interagire nel mondo esterno, mentre l’altro – di cui va comunque ricordata la primaria originarietà – aiuta molto di più a perfezionare l’orientamento dell’uomo nel suo mondo interiore, dando voce ad impulsi e stati d’animo, altrimenti privati di un effettivo sbocco: ai “movimenti plastici” – affermava un altro dei Padri fondatori della cultura teatrale novecentesca, Mejerchol’d – va affidato il compito di “esprimere l’inespresso e svelare quanto è celato”.

Domande e considerazioni – tutte queste, appena enunciate – che tornano a presentarsi, almeno al sottoscritto, da qualche tempo, soprattutto in occasione di taluni Festival, a più ampio e contaminato raggio di offerta (il ROMAEUROPA, in questo caso, certamente fra i più noti e intriganti), dove la danza contemporanea – che già Baudelaire definiva “la poesia delle braccia e delle gambe, materia graziosa e terribile che si anima e si abbelisce attraverso il movimento” – occupa uno spazio sempre più rilevante, con un seguito, fra i più o meno giovani, da non trascurare. E’ forse nata, finalmente, quella “generazione danzante” profetizzata, agli inizi degli anni ’30 del secolo scorso (ma non del tutto trascorso, per gli innumerevoli suoi fermenti da ristudiare e sviluppare), dalla grande Mary Wigman, madre della ‘nuova danza tedesca’, all’epoca già convinta che il ritmo del movimento corporeo, concepito come naturale espressione vitale, possedesse più significato per un giovane danzatore contemporaneo di quanto non ne avesse avuto per tutte le generazioni passate”, aprendogli le porte sul “teatro del futuro”, o almeno  facilitandone i “tentativi di legare il teatro al presente”.

Di questa “generazione danzante” si è ormai rivelata insigne esponente, già da alcuni anni, la tedesca Sasha Waltz: in un rapporto di continuità, memore e creativo al tempo stesso (lo si evince, volendo, anche dal titolo – Continu – del suo ultimo spettacolo, rielaborazione di alcuni suoi pezzi precedenti), con quella che è stata definita – e si può anche in quest’ambito definire – la tradizione del nuovo, non senza qualche traccia di disagio, però, in palcoscenico e in platea, fra gli spettatori più avveduti; anche se è nel disagio che il ballerino moderno è a suo agio (come avvertiva il buon Decroux, in verità riferendosi propriamente al mimo). Indubbiamente Sasha Waltz non è la Wigman, che fu sostenitrice di una “danza assoluta”, svincolata dalla stessa musica, legata ad un discreto simbolismo di contenuto e forma: il gesto imposto ai ballerini continua ad essere, anche per lei, parco ed essenziale, in una dimensione quasi sempre geometrica, ma l’evidenziazione dell’elemento ritmico nel movimento non azzera la presenza musicale, a volte sullo stesso palcoscenico  (l’assolo per percussioni di Xenakis, nel primo dei tre tempi che costituiscono questa sorta di concerto coreografico che è Continu), anche se non mancano le pause di silenzio. Ma soprattutto non le riesce di rinunciare ad una residua, magari appena abbozzata, narratività, non volendo tagliare del tutto il cordone ombelicale con una drammaturgia coreografica cui tuttavia accenna appena, per temi e senza proporre ormai improbabili personaggi. Il tema della violenza, per esempio, manifestato essenzialmente dalle varie, travolgenti forme di occupazione dello spazio, si fa esplicito in una sola scena, allorchè uno dei ballerini punta la mano piegata, a mo’ di pistola, contro i compagni in fila allineati, che cadono a terra uno dopo l’altro come davanti ad un plotone d’esecuzione, mentre l’unico, casuale soppravvissuto si aggira disperato attorno a quei corpi morti. Meno esplicito e, per certi versi, più suggestivamente ambiguo, proprio perché narrativamente irrisolto, il terzo tempo dell’impianto coreografico: sulle note di un adagio (dal quartetto per oboe, violino, viola e cello di Mozart) i danzatori, quasi tutti rimasti con i soli indumenti intimi (anche se qualche tunica bianca avvolge le presenze femminili), lasciano tracce più o meno consistenti del loro passaggio, certo ora più sereno o pacificato, su un candido tappeto che copre l’intero palcoscenico. Sembrerebbe una specie di action painting, estremo ma non convinto omaggio ad una coreografia concettuale, se non fosse per il finale ripiegamento di quel tappeto, quasi immotivato perché intempestivo, che lascia per giunta imprigionato chi nella danza aveva provveduto a quell’arrotolamento: dannazione di una memoria, imprescindibile e imprigionante al tempo stesso, o forse dichiarata impossibilità di una definitiva rinuncia al senso, pur nella cornice di un ermetico simbolismo, cui anche il linguaggio del corpo sembrerebbe votarsi?

Ugualmente accattivante, anche se meno rigoroso nelle sue premesse o dichiarazioni d’intenti, comunque ancora una volta congeniale alle riflessioni su esposte, il secondo degli spettacoli di danza contemporanea cui abbiamo assistito in questo promettente inizio della 28a edizione di ROMAEUROPA 2013: Sfumato del francese, di origini algerine, Rachid Ouramdane. Di nuovo tre movimenti di un concerto coreografico o, se preferite, tre quadri di un interessante polittico che, nonostante il preteso piglio documentaristico dell’operazione (“gli effetti devastanti che i cambiamenti climatici producono sull’ambiente”) e la pleonastica concessione a vecchie e nuove tecnologie (testi scritti e immagini-video, quasi una sceneggiatura di supporto), trovano la loro vera cifra stilistica nel potere evocativo di quei corpi in movimento che, sull’onda sonora di una martellante musica quasi sempre affidata al pianoforte, irrimediabilmente li trascina al suolo (qui bagnato, peraltro, da una pioggia persistente), per effetto di quella forza gravitazionale che è la vera, tragica protagonista della modern dance, in evidente opposizione al principio di elevazione, tipico invece del balletto classico. Ne deriva una danza angolosa, energica e sensuale, a volte violenta, caratterizzata da scatti, cadute, torsioni, repentini cambiamenti di direzione, sempre fortemente espressivi (altro che danza “docu-fiction”, di cui pure si parla nel programma di sala). Al solito inutile o inopportuna appare la drammaturgia di supporto, residuale tributo alla tradizione ballettistica classica, che tuttavia – e per fortuna – non si traduce qui in retorica del gesto ma in testimonianza di un’esigenza simbolica che paventa – lo si è detto – l’annullamento del senso nel puro gioco geometrico delle forme. Che va quanto meno sfumato: estrema pertinenza, ancora una volta, di un titolo!

Autore: admin

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