Sauro BORELLI-Amore e chiacchiere(“Anni felici”, un film di Daniele Luchetti)

 

 

 

 

Il mestiere del critico

 

AMORE E CHIACCHIERE

Il nuovo film di Daniele Luchetti “Anni felici”

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Daniele Luchetti ha oggi cinquant’anni e una decina di film al suo attivo. Ciò che ricordiamo meglio di questa sua pratica registica è il film Il portaborse, concepito e realizzato nel 1991 in stretta combutta col suo “maestro e donno” Nanni Moretti, per l’occasione anche interprete di spicco della stessa pellicola. A suo tempo, Morando Morandini, nel suo prezioso Dizionario, ebbe a scrivere al riguardo: “… Frutto di un’indignazione etica prima ancora che politica, è un film importante e necessario…”. Sulla base di questa sorta di malleveria, Daniele Luchetti, coadiuvato quasi sempre dal duo di sceneggiatori Rulli-Petraglia (precettati anche per questo nuovo Anni felici) s’è cimentato via via, nel corso del tempo, con lungometraggi di variabile intensità e vigore divaganti tra emozioni e commozioni piuttosto contingenti e, diciamo pure, “normali”.

Ora, il nuovo Anni felici, variamente intriso e intrecciato di echi autobiografici e di suggestioni sentimentali moderatamente plausibili, si prospetta in tutta la sua intricata progressione narrativa – qui il tramite del racconto è Dario, il bambino decenne figlio di Guido, artista concettuale (in vena di strafare in tutti i sensi) e di Serena (casalinga piccolo borghese tentata dagli azzardi del sesso disinibito) – pigiando spesso sul pedale di un anticonformismo comportamentale e morale un po’ posticcio, tanto da suscitare più di qualche dubbio sulla reale consistenza di una vicenda esistenziale piuttosto corriva e surrettiziamente drammatizzata.

Questo, in breve, il plot di una storia all’apparenza originale e, in realtà, mutuata da esperienze, episodi largamente opinabili. Dunque, Guido, scultore in fregola di accreditarsi come artista (scultore e pittore) d’avanguardia indugia e indulge anche troppo in certe sue smanie creative (installazioni, eventi conditi di nudi femminili e di scialo di materiali bruti) trascurando la delusa e indocile moglie Serena e, ancor più, i figlioletti Dario e Paolo, scalpita e si adonta dei condizionamenti della routine familiare, fino a compromettere più volte il tran-tran del menage coniugale. La moglie Serena, dal canto suo, protesta e briga per restaurare con il riottoso (eppure amorevole) marito un modus vivendi perlomeno più acquietato e gratificante. Fatica vana, liti e fugaci riconciliazioni non servono a niente.

Anzi il più delle volte, pur tra rinnovate profferte d’amore, il matrimonio di Guido e Serena s’avvia inesorabile verso il fallimento. In un estremo tentativo di recuperare quanto meno un proprio bagaglio affettivo, Serena si lascia irretire, nel corso di un’improvvida vacanza in Camargue, da una presunta amica sua e del marito, dalla fisionomia sessuale un po’ trasgressiva. Urla e strepiti di Guido che, pur non proprio legittimato a fare la morale a chicchessia, dà fuori di matto e radicalizza ancor più il distacco dalla famiglia. Ma poi col tempo – e soprattutto per l’affettuosa solidarietà dei figlioletti – tutto si rimette pian piano in sesto: le trasgressioni “artistiche” si stemperano in più usuali cimenti creativi, le consuetudini coniugali hanno la meglio; e, in particolare, lo spirito di tolleranza fa tornare il sereno. Più o meno come si temeva fin dall’inizio.

Anni felici proporzionato per lo schermo, come si diceva, sulla base della sceneggiatura di Rulli-Petraglia e sulla storia di Caterina Venturelli, è ispirato privilegiatamente all’esperienza reale di Luchetti bambino nei primi anni Settanta. Con ritocchi, aggiustamenti discreti, infatti, lo stesso cineasta viene a riproporre, in Anni felici ricordi, vicissitudini, trasalimenti e gratificazioni dell’età preadolescenziale filtrata attraverso le tribolazioni di una famiglia un po’ squinternata ma tutto sommato convenzionale: l’insieme riferito, appunto, dal piccolo Dario, testimone (anche visuale, tramite una cinepresa Canon avuta come regalo di compleanno) che dà conto, ineffabile ma non neutrale, di una stagione, di un’età che ripensate in tempi più tardi, verranno contrabbandate, appunto come “anni felici” (seppure in modo inconsapevole).

Strutturato secondo una strumentazione di montaggio incalzante e di raffigurazioni d’ambienti e personaggi ostentatamente “esemplari” (Guido, l’artista debitamente sciatto, inelegante; Serena, la moglie casalinga, anch’essa sciamannata e malvestita), Anni felici si dispone sullo schermo con la costante, reiterata presenza delle due dramatis personae di una presunta tragedia quotidiana che, proprio perché avulsa dal senso autentico del tragico, risulta, a conti fatti, improbabile, scarsamente convincente, anche perché Kim Rossi Stuart e Micaela Ramazzotti, nei ruoli maggiori, caricano un po’ troppo le tinte con un esito certo piuttosto vago.

Autore: admin

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