Sauro BORELLI- Di corsa verso la morte (“Rush”, un film di Ron Howard)



Lo spettatore accorto


 

DI CORSA VERSO LA MORTE

Il nuovo film di Ron Howard “Rush”

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Rush, pressappoco “corsa precipitosa”, il nuovo film di Ron Howard sembra fatto apposta per smentire alcuni luoghi comuni riguardo ai film precedenti incentrati sulle gare automobilistiche o su eventi sportivi di grande richiamo (base-ball, calcio, tennis, ecc.). Qui, infatti, le abusate storie di eroi popolari della pratica sportiva non ostentano né ancor meno rappresentano patetiche vicende sentimentali o retoriche canzoni di gesta tese ad esaltare, contrabbandare individuali esperienze agonistiche come fossero capitali eventi colmi di edificanti insegnamenti e ottimistici approdi morali.

Qui, due assatanati piloti di Formula 1 – l’austriaco Niki Lauda e l’inglese James Hunt – nell’affluente contesto della metà degli anni Settanta si fanno una guerra incondizionata per prevalere l’uno sull’altro sia sulle piste di mezzo mondo, sia nelle private condizioni esistenziali. Insomma, Lauda versus Hunt e viceversa si prospetta, fin dall’inizio, come una sorta di sfida irriducibile, quasi come la non dimenticata, radicale rivalità che campeggiava, prima nei Duellanti di Joseph Conrad, poi, nel bel film di Ridley Scott con l’omonimo titolo.

In via preliminare, va detto, la sceneggiatura di Peter Morgan smagliante per originalità e maestria di scrittura, ha costituito una base di partenza preziosa affinché Ron Howard, già accreditato per il passato di pregevoli realizzazioni (FrostNixon, Angeli e demoni, Il dilemma), potesse imbastire questo suo Rush, in effetti una parabola quasi esemplare – al di là delle fragorose imprese di piloti e macchine sempre ai limiti del parossismo spettacolare e dell’enfasi narrativa – che per sé sola prospetta poi, nella sua realtà nuda e cruda, il dramma di due uomini che, in misura contrastante e inconciliabile, muovono guerra alla vita (l’evocazione di un sentimento di morte è costante, ricorrente) e alle loro stesse avventure umane.

Tra le quali, dominante risulta il risoluto incontro-scontro tra il rigoroso, metodico, intransigente Niki Lauda (Daniel Brühl) e l’anticonformista, egocentrico, dissoluto James Hunt (Chris Hemsworth) che a bordo, rispettivamente, della potente Ferrari e della non meno attrezzata McLaren si misurano, a più riprese, e sul filo di epiche tenzoni – come avveniva un tempo tra antichi cavalieri – destinate a risolversi in ulteriori smacchi e reiterati tentativi di prevaricarsi l’un l’altro costi quel che costi.

Una lotta, dunque, per la vita. Così puntualmente si verifica nel fulcro del film, allorché nel 1976, sul circuito insidiosissimo del Nurburgring, Niki Lauda incappa in un incidente rovinoso: scontratasi con un’altra macchina, la Ferrari prende fuoco e il pilota austriaco resta intrappolato tra le fiamme per alcuni minuti. Ridotto in fin di vita per le terribili ustioni subite, Lauda, con un coraggio, una determinazione ferrea, dopo soli quaranta giorni si rimette in piedi e torna al volante per cercare di conquistare, in Giappone, il titolo mondiale. Ma, in una giornata di pioggia scatenata, il pilota ferrarista prende coscienza che sarebbe insensato continuare la gara. La qual cosa consente al rivale di sempre James Hunt di aggiudicarsi l’ambito titolo mondiale.

Il seguito di simili vicissitudini? E’ più che prevedibile: mentre Lauda placa la sua inquietudine soccorso dalla provvida moglie Marlene (Alexandra Maria Lara), l’irruento, vitalistico Hunt riporta nuovi successi, benché nel suo universo privato tutto frani in una dissipazione irresponsabile.

Ben lontano dal toccare, peraltro, consolanti situazioni, Rush si volge, a questo punto, nel dare conto degli sviluppi, tanto per Lauda quanto per Hunt, di un trascorrere di giorni, di vicende via via più, diciamo così, “normali”. Lauda torna alle corse con nuove vittorie, mentre l’esagitato Hunt indugia e indulge scriteriatamente nelle sue voglie matte, stravizi e autodistruttive smanie egocentriche. In un significativo scorcio finale, poi, in un pacato incontro tra i due rivali affiora un barlume di riflessiva, vicendevole solidarietà, da una parte, per l’indole sfrenata di Hunt e, dall’altra, per il rigido, intollerante codice di comportamento di Lauda. Fatto che costituisce un implicito gesto di comprensione reciproca verso esperienze, avventure vissute ostinatamente fino all’ultimo respiro. Venato in tutto l’arco del racconto da un filo rosso melodrammatico, Rush trova verosimilmente il suo pregio maggiore nella resa impeccabile di attori bravissimi (tra i quali, emerge il cammeo azzeccato di Pierfrancesco Favino nel ruolo di Clay Regazzoni). In definitiva, un buon film fatto con maturo mestiere dall’abile Ron Howard.

Autore: admin

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