Massimo GIRALDI- Venezia ’70, una sorpresa annunciata


 

Mostra del Cinema


VENEZIA ’70 – UNA SORPRESA ‘ANNUNCIATA’

Bilancio della recente rassegna in laguna


****

Alberto Barbera il 26 agosto, prima dell’inizio: “Abbiamo chiuso il calendario in anticipo e il cartellone è migliore dell’anno scorso (…) Commedie ? Non esistono. Avrei dato un braccio per avere film leggeri, ma non ne ho trovati di qualità. In giro ci sono molta volgarità e storie poco esportabili”. Alberto Barbera il 9 settembre, alla fine a proposito dei “film estremi, punitivi, spesso lentissimi e invariabilmente cupi” (Gloria Satta, Il Messaggero), “Il cinema d’autore rischia di scomparire e i festival hanno il dovere di difenderlo”.  Con queste rapide e secche precisazioni il Direttore artistico ha, per quanto lo riguarda, chiuso i due principali motivi di obiezione mossi alla edizione numero 70 della Mostra del Cinema di Venezia, svoltasi al Lido dal 28 agosto al 7 settembre scorsi.

Ma appunto, solo per quanto riguarda lui. Per il resto, tutto è naturalmente e ampiamente aperto: forse non per il dibattito (vetero sostantivo a rischio di estinzione) ma per una riflessione si, bella e approfondita. Bisogna ricordare i Premi, almeno quelli principali. Leone d’Oro per il miglior film a Sacro Gra di Gianfranco Rosi (Italia/Francia); Leone d’Argento per la migliore regia a Alexandros Avranas per Miss Violence (Grecia); Gran Premio della Giuria a Stray Dogs di Tsai Ming Liang (Taipei cinese/Francia); Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Themis Panou nel film miss Violence ; Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile A Elena Cotta per Via Castellana Bandiera di Emma Dante (Italia/Svissera/Francia). Si può cominciare dal Presidente della Giuria. Bernardo Bertolucci aveva promesso verdetti imprevedibili, soluzioni a sospresa.

E così è stato. Sacro GRA, il Leone d’Oro, non è un’opera di invenzione ma un reportage sul Raccordo Anulare, l’autostrada urbana che per oltre 68 chilometri circonda Roma, un luogo/non luogo che talvolta risolve problemi, talaltra ne crea di nuovi, può essere di aiuto o far nascere nervosismi, nevrosi, paure. Dentro questo piccolo/grande universo Rosi mette a fuoco alcune situazioni, personaggini simili a bozzetti, vicende di un’umanità minore, non sempre colte con lucidità, va detto, e troppo inclini verso una poetica di un neo-neorealismo difficilissimo da realizzare in tempi di televisioni e di internet.. Forse proprio per questi motivi è arrivato il Leone d’oro da parte di una giuria che, dice il Preidente, ha scelto all’unanimità senza esitazioni. La sensazione è che il carisma culturale e la statura internazionale di Bertolucci abbiano avuto il loro peso nella decisione: la giurata Carrie Fisher, ad esempio, non si nemmeno presentata alla conferenza stampa conclusiva. Resta il fatto, per la cronaca, che il cinema italiano è tornato a conquistare l’alloro più importante dopo 15 anni da Così ridevano di Gianni Amelio (Presidente di Giuria era Ettore Scola…) e che il premio ha ottenuto il risultato di eliminare in via definitiva lo steccato espressivo da sempre esistente tra cinema di fiction e documentario. Un risultato che fa storia, e tendenza per il futuro.

Bisogna spendere qualche parola per gli altri due film italiani in concorso. Brevi note, suggestioni. Nel suo esordio al cinema, Emma Dante ha confermato la grinta, la rabbia, la caparbietà che segnano da anni il suo percorso teatrale. Via Castellana Bandiera è da sola una quinta teatrale, un  palcoscenico che comincia con spazi ristretti e angusti e finisce nella voglia di rompere barriere, limiti, ingorghi. Forse il finale cede un po’ alla metafora prevedibile ma l’operazione trasmette un senso dinamico, aggressivo, non riconciliato dell’immagine. Delusione invece per Gianni Amelio. Il suo L’intrepido mette in campo una miriade di problematiche ma non ne prende a cuore alcune, impantandosi in una sorta di ‘consolazione’ generazione alla fine un po’ irritante.

Viene naturale mettere a fianco il film di Avranas, quello di Tsai ming lianh, quello di Philip Groning, La moglie del poliziotto. Tutti gratificati dai premi, tutti incentrati su una destrutturazione del linguaggio narrativo che mette a dura forza la resistenza dello spettatore. Il cinema che verrà farà a meno di una trama, di un montaggio, di campo e  controcampo. E parlerà della famiglia come luogo dell’inferno in terra, dove di fronte ad azioni turpi e rapporti innaturali tra genitori e figli bisognerà chiudere la porta e tenere tutti fuori., senza intromissioni di sorta.

Questo hanno detto gli autori scelti da Barbera per Venezia ’70. Ed è certo consolatorio e un po’ beffardo che a ricevere il premio per la migliore sceneggiatura sia stato Philomena diretto dall’inglese Stephen Frears, un film con temi importanti e insieme fatto per il pubblico, con nel ruolo del titolo la impeccabile Judy Dench, regina del cinema europeo. E’ rimasto fuori dai premi, e dispiace dirlo, Ana Arabia, il nuovo film di Amos Gitai: forse il fatto di aver girato un’unica sequenza di 83’ non è stato ritenuto sufficientemente sperimentale. Qualche titolo emergerà dalla marea delle sezioni collaterali. Di molti, senza distribuzione, si perderà il ricordo. Per il momento aspettiamo con curiosità il responso del pubblico verso i film che cominciano ad uscire in sala.

Autore: admin

Condividi