Sauro BORELLI- Fellini rigenerato (“Che strano chiamarsi Federico”, un film di E. Scola)



Cinema    Il mestiere del critico

 

FELLINI RIGENERATO

Locandina Che strano chiamarsi Federico - Scola racconta Fellini

 

“Che strano chiamarsi Federico”, un film  di Ettore Scola

A fine aprile di vent’anni fa, in una tiepida mattinata di aprile, incontrammo, per un’intervista, Federico Fellini. Di lì a poco, nel mese di ottobre, il cineasta moriva stroncato da un ictus. Giusto in concomitanza con questa triste ricorrenza e, altresì, con la sortita sugli schermi del film di Scola Che strano chiamarsi Federico, ci piace qui riproporre la fase iniziale di quel lontano, mai dimenticato incontro proprio nei termini, nei modi in cui realmente ebbe luogo. Dunque: “Piazza del Popolo, a Roma. Mezzogiorno circa. Davanti ai tavolini del “Canova”, il caos, lo strepito sono al colmo. Lui, però, avanza per via del Babuino a passi diseguali, l’aria assorta, come fosse totalmente solo. Pochi metri ancora e ce lo troviamo davanti, lo sguardo curioso, l’aria interrogativa. Sembra corrucciato, però disponibile. Di lì a poco, ci sorprendiamo a conversare amabilmente col Maestro, con Federico Fellini retour de Hollywood, racconta divaga sull’America, sui suoi potenziali progetti, sul cinema e su infinite altre questioni”.

Ecco, abbiamo evocato quell’appuntamento romano perché, per certi versi, l’atmosfera che caratterizza il lontano incontro è la medesima che abbiamo riscontrato dinanzi al film di Ettore Scola, rendiconto a metà realistico, a metà sentimentale di una delle stagioni più fervide, più appassionanti del nostro cinema. Quegli stessi anni, insomma, ove appunto il giovane Fellini (nel 1940) e il poco più che adolescente Ettore Scola (nel 1947) approdarono, disarmati e sprovveduti, nella capitale per dare, come si diceva un tempo, il loro personalissimo “assalto al cielo”. O, meglio, a una tutta terragna e ostinata ricerca di fare, di creare, d’inventare, insieme una nuova vita e, in subordine, anche il cinema. Tappa intermedia di simile strategia esistenziale ridotta ai suoi passi primari risultò subito, per Fellini e Scola, la redazione del settimanale satirico Marc’Aurelio, vera e propria fucina tutta irrituale degli scontenti, i bastian contrari, i begli spiriti, gli umoristi al momento sulla piazza intenti a metter assieme, come potevano, come sapevano, il pranzo con la cena.

C’è una sorta di lungo prologo in uno sfocato bianco e nero (per rendere i foschi tempi che correvano sia durante l’oppressivo clima fascista, sia dopo, nella “morta gora” del prepotere democristiano) che, di tanto in tanto, fa da filo conduttore all’affettuoso itinerario che Scola e tutti i suoi hanno imbastito tra le vicende, i film, gli eventi tanto di Federico Fellini quanto di Ettore Scola qui associati nella ritrovata complicità che caratterizzò, a suo tempo, la vita e l’arte delle loro avventure quasi concomitanti e certamente convergenti in quella loro dissacrante avventura creativa. E se persistente risulta nell’arco della rievocazione il peso dell’esperienza del Marc’Aurelio – coi protagonisti carismatici di quel periodo: da Maccari a Mosca, da Metz a Marchesi, da Age a Scarpelli – appare altresì e a più riprese come un indicatore di scelte trasgressive di ogni regola e ogni pregiudizio per caustica efficacia e irruento sarcasmo.

Nel prosieguo di ricordi, testimonianze, raffigurazioni di vari personaggi e vicende si fanno largo via via scorci ed esempi di smagliante lucidità – le lunghe nottate passate per le vie di Roma a raccattare storie, puttane e madonnari (splendido il racconto di Sergio Rubini già complice dal vero di Fellini nell’Intervista); i folgoranti fotogrammi, i flashes rutilanti di inquadrature, volti, musiche tipici del Fellini touch – che in un tourbillon sempre più precipitoso ci restituiscono attimi ed emozioni di tutti i film felliniani: dai Vitelloni ad Amarcord, dalla Dolce vita all’Intervista, da Roma a Fellini otto e mezzo, fino al dolente, inconsolato La voce della luna, ove quel Pierrot solitario e stralunato di Benigni dà suggello quasi esemplare alla inimitabile scorribanda di Fellini. E, al contempo, alla parallela, devota attestazione di stima, d’affetto che Scola, anche con spezzoni eloquenti del proprio non meno magistrale cinema, ha voluto prodigare al suo maestro-amico di sempre. Innegabilmente resta inspiegato l’enigmatico titolo Che strano chiamarsi Federico ma presumibilmente può essere un ulteriore rimando ai giovanili cimenti umoristici del Marc’Aurelio, palestra di sapide lepidezze, ma anche dei disegni (oltre quelli felliniani) cinicamente impietosi del sulfureo Ettore Scola. Più di così…

Autore: admin

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