Sauro BORELLI- Monaca suo malgrado (“La religiosa”, un film di G.Nicloux, da Diderot)

 


Il mestiere del critico


MONACA SUO MALGRADO

Locandina La religiosa

 

“La religiosa” film di G.Nicloux, da Diderot

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Denis Diderot (1713-1784), il grande poligrafo e filosofo francese che, verso il 1770, e oltre, completò e pubblicò l’epocale opera dell’Encyclopédie, ebbe a scrivere, tra tante altre sue cose, il romanzo-pamphlet intitolato La religiosa che soltanto postumo vide la luce nel 1796. Il cinema (in ispecie, quello francese, ma anche alcune realizzazioni polacche) s’è cimentato con rigoroso impegno con tale stesso testo. Memorabile per originalità e ampiezza resta il film di Jacques Rivette, già critico di spicco dei prestigiosi  Cahiers du cinéma, Suzanne Simonin, la religeuse de Diderot, che tra interdizioni clericali e vasto successo fece registrare nel 1966 e negli anni subito successivi un interesse sia della componente civile della medesima opera, sia della specifica scelta tematica incentrata sui particolari spunti polemici-politici innescati di riflesso dalla sortita del film.

Ora, a quarantasette anni da quell’evento, un altro cineasta francese Guillaume Nicloux ha scelto di misurarsi con il celebre testo diderotiano, mettendo in campo una trascrizione al contempo attentissima e stilisticamente impeccabile. Puntando su interpreti di sperimentato mestiere – tra tutti, in rilievo le figure maggiori impersonate da Pauline Etienne, Isabelle Huppert, Louise Bourgoin – Nicloux ha strutturato il proprio racconto secondo la progressione incalzante di una serie di preziosi tableaux vivants, ove le vicende, i personaggi canonici si stagliano e, di volta in volta, s’incrociano in un dolente gioco delle parti e dei sentimenti. Una dinamica ben temperata mette di fronte in dialettico, radicale contrasto il potere prevaricante delle istituzioni religiose – nel caso particolare la gestione della vita dei conventi – e i reiterati tentativi di singoli individui di rivendicare dignità e libertà per le proprie esistenze.

E’ qui che s’incardina la storia mutuata da fatti e testimonianze variamente noti nel clima fervido del secondo Settecento (l’Illuminismo, l’Encyclopédie, ecc.) su cui si basa, appunto, il lavoro di Diderot, in origine, e adesso il film di Guillaume Nicloux La religiosa. Dunque, Suzanne Simonin, verso il 1760, è un’adolescente sedicenne di un’agiata famiglia borghese che imprevedutamente ma inesorabilmente il padre e la madre decidono di confinare in un convento. A causa – dicono – delle precarie condizioni determinate dai matrimoni delle sorelle maggiori e delle rituali doti da fornire loro. Poi, dopo un’ambigua reticenza, salta fuori, per di più, che la bella Suzanne, già novizia in un convento di Longchamp,  risulta la figlia illegittima perché nata fuori dal vincolo coniugale e quindi indotta a prendere i voti contro la sua manifesta opposizione a simile prospettiva.

In una prima fase, la ripulsa di Suzanne desta scandalo e riprovazione (anche se la badessa del convento solidarizza sostanzialmente con l’indocile novizia), ma poi le autorità ecclesiastiche scelgono di spostare la sfortunata giovane in un altro convento, in attesa di un responso romano sulla delicata questione della revoca dei voti già pronunciati. Ma le cose vanno di male in peggio: un’autoritaria, sadica madre superiora non perde occasione per vessare, mortificare l’irriducibile Suzanne, fino al punto di provocare un altro spostamento della giovane novizia in un nuovo convento, giusto con l’idea di recuperare in qualche modo l’adolescente ribelle. Purtroppo, anche nel convento, retto da una singolare badessa prodiga di dolcezza e di morbose attenzioni per Suzanne, i giorni trascorrono angosciosi e tristi per la giovane che, soccorsa in extremis da un avvocato amico e intraprendente oltreché da un canonico (anch’egli privo di alcuna vocazione al sacerdozio), riesce a sottrarsi furtivamente alle costrizioni del convento con una fuga notturna verso la implorata libertà. Le immagini di una carrozza in corsa nella notte e il risveglio di Suzanne nell’agiata dimora del ritrovato padre naturale suggellano così, con quiete consolante, il dramma di una vita ripristinata in tutta la sua ansia di dignità.

E’ vero tutto il film di Nicloux marcia uniforme e un po’ monotono nel solco di un racconto a tesi esemplare. E, in particolare, i dialoghi, l’ambientazione, gli scorci scenografici della Religiosa si dispiegano secondo una misura innegabilmente elegante, ma quel che sminuisce, di quando in quando, l’insieme della rappresentazione ci sembra la tiepida passione, la ghiacciata forbitezza formale che caratterizzano fisionomie e gesti di una pantomima prevedibile e spenta. L’elemento più consistente di questo film algido (e forse inessenziale) resta l’onestà, diciamo pure, “ideologica” dell’assunto globale. Lo stesso perseguito dal grande Diderot: la libertà non si compra e non si vende.

Autore: admin

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