Sauro BORELLI- Il buon Pane di Amelio (“L’intrepido”, in concorso alla Mostra di Venezia)




Il mestiere del critico


IL BUON PANE DI AMELIO

 

 

“L’intrepido”, il nuovo film con Antonio Albanese

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L’accoppiata Gianni Amelio-Antonio Albanese ha (per gran parte) azzeccato col nuovo film L’intrepido una parabola che – come ha detto bene Franco Piersanti (autore delle musiche dello stesso film) – percorre passo passo “le avventure di un personaggio dei nostri tempi con un piglio chapliniano con spavalda allegria e struggente commozione”. Anzi, tra uno scorcio e l’altro cui ci conduce Antonio Pane (appunto, Antonio Albanese) si avvertono da particolari e trasparenti dettagli tant’altri rimandi: a Totò il Buono del desichiano Miracolo a Milano agli immigrati del viscontiano Rocco e i suoi fratelli, senza trascurare certe eco popolari (non mai populistiche) dei drammi di Testori (Il ponte della Ghisolfa, ad esempio) o del poema tutto meneghino La ragazza Carla di Elio Pagliarani.

Come si può constatare, dunque, un sostrato sociologico-ambientale che rapportato, soltanto per contiguità, agli sdegnati testi di Luciano Bianciardi (La vita agra, Il lavoro culturale), prospetta, indaga a fondo una Milano non tanto segreta quanto occultata, inquinata da un capitalismo selvaggio, ieri come oggi basato sulla prevaricazione, sul profitto ad ogni costo. Soprattutto a spese delle classi popolari. Proprio di quella classe da cui è scaturito, innocente e prodigo “idiota” dostoevskiano di più aggiornato conio, Antonio Pane, operaio tuttofare quotidianamente impegnato nel singolare ruolo di “rimpiazzo” per chiunque eserciti un qualsiasi mestiere (meccanico, edile, tranviere, minatore, spazzino, ecc.) per la durata di poche ore di qualche giorno.

Esposto ad ogni sfruttamento, in balia dell’incostanza delle situazioni, ben disposto ad ogni proposta di lavoro, il “buon Pane” (è giusto chiamarlo così) raccatta i suoi arnesi e, il mattino presto, nella Milano lustra di pioggia “inventata” da Luca Bigazzi, dà di piglio alla sua prodiga fatica per campare la vita, come si dice, e affrontare i pur pesanti compiti cui è chiamato ognuno di noi da un mondo sempre più oppressivo e alienante. Esageriamo? Neanche un po’. Antonio Pane, Antonio Albanese, Gianni Amelio, uniti come un sol uomo, s’ingaggiano qui in un racconto al contempo agro e ilare – di qui anche gli ammicchi chapliniani ricorrenti – che se, da un lato, risulta il rendiconto neanche troppo fantastico di una vicenda esistenziale ai limiti del grottesco, dall’altro, ispessisce questa favola tutta contemporanea di umori e sapori sapientemente contigui, ravvicinati.

Infatti, il contesto in cui si muove questo antieroe dei nostri giorni, si dispone sullo schermo come un velario triste, desolato d’una realtà marginale ove persino gli incontri, i legami affettivi, gli slanci sentimentali che intersecano la vita semplice di Antonio Pane – il figlio musicista in crisi, la ragazzetta timida, presto dissipata nel suicidio, i compagni di lavoro ora soccorrevoli ora indifferenti, persino la trepida riapparizione della moglie disamorata – non possono quasi niente sulla incoercibile tempra etica dell’eccezionale tuttofare: suo categorico codice comportamentale resta – anche se inconsapevole – la kantiana massima “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Così, Antonio Pane, pur mortificato da tutto e da tutti, si staglia come un emblema pressoché inimitabile di semplicità, di onestà. E soprattutto di bontà, cosa che ai tempi nostri risulta, da tanti segni, più vilipesa che praticata.

L’intrepido, titolo che non a caso si rifà a una lontana stagione adolescenziale quando tale medesima insegna campeggiava sul frontespizio di un popolarissimo giornalino per ragazzi, in questa sua perorazione di un personaggio, di una vicenda in qualche misura ingenuamente patetici, supera agevolmente anche qualche momento di stasi drammatica con il determinante peso dell’interpretazione dell’inarrivabile Albanese e di tutti i bravi comprimari. Tanto che, a giusto coronamento di tale impegno e maestria, fa meritato premio l’inusuale apprezzamento del film da parte del suo stesso produttore Carlo Degli Esposti quando dice: “… sembra una nuvola: mentre lo guardi, si trasforma sotto i tuoi occhi”. Proprio così.

Autore: admin

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