Franco LA MAGNA- La memoria, Elio Vittorini e il cinema



La memoria


ELIO VITTORINI, SCRITTORE POCO AMATO DAL GRANDE  SCHERMO

A 50 anni dal primo film tratto da una sua opera

 

Provvisoriamente non dimentico dal cinema anche il siciliano Elio Vittorini (Siracusa 1908-Milano 1966), Scrittore in verità poco amato dal grande schermo,  annaspa nei primi anni ’60 verso una tiepidissima notorietà cinematografica. Apparso come attore, nei panni di Bartolomeo, nel film “Giulietta e Romeo” (1954) di Renato Castellani, dalla narrativa di Vittorini il cinema ricaverà il primo film – “Jusq’au bout du monde” (in Italia tradotto con il titolo “Un filo di speranza”) di Francois Villiers – solo nel 1963. Coproduzione italo francese – tratto dal romanzo allora ancora inedito e adattato con grande libertà “Le città del mondo”, pubblicato solo nel 1969 da Einaudi e riscritto per lo schermo ex novo – il film narra di un operaio che vive in Corsica (il romanzo invece è ambientato in Sicilia) convocato dal sindaco d’un paese dove si trova il figlio avuto da un amante, poi morta, che lui non avrà più la forza di lasciare. Vittorini narra, di contro, di due genitori poveri che decidono di allontanare il figlioletto più grande da casa affinché questi sfugga alla loro vita miserabile. Per questo il padre parte, insieme al bimbo, in giro per le città siciliane, che per lui sono il mondo e dopo molti incontri e rapidi attraversamenti di città lo lascerà al mestiere arcaico del pecoraio.

Svuotato del tutto delle intenzioni filosofiche e delle figure paradigmatiche del romanzo, il road-movie di Villiers conserva appena una patina vittoriniana ed oggi giace sepolto nel cimitero dell’oblio. Molto più fedele allo spirito del romanzo sarà di contro la versione televisiva firmata nel 1975 da Nelo Risi, che accentua soprattutto la tematica del viaggio e sopprime gli episodi più legati alla realtà politico-sociale di quegli anni, ma – secondo le parole dello stesso regista – effettuando grandi aperture corali su genti e paesi dai nomi antichi, tra figure di madri mediterranee e di vergini in fuga, tra padri dubbiosi e figli apertamente critici, in una parsimonia di cibo e in una ricchezza di odori, in un monologare dialogante o in un vociare indistinto sotto un cielo segnato dal volo dei corvi. Di Vittorini, momentaneamente riscoperto, torna ad occuparsi la televisione nazionale che nel novembre 1976 programma lo sceneggiato televisivo  “Il garofano rosso”, diretto da Piero Schivazappa, mentre molti anni prima sempre il piccolo schermo aveva già messo in onda il “Il Sempione strizza l’occhio al Fréjus” (1962) regia di Daniele D’Anza e successivamente – ancora attingendo alla sua narrativa – “Quell’antico amore” (1981, tratto da un saggio storico) regia e sceneggiatura di Anton Giulio Majano.

Di temporanea fortuna gode ancora il pur estetizzante adattamento cinematografico del “Garofano rosso” (1976) regia di Luigi Faccini, da un romanzo giovanile del Siracusano, parzialmente pubblicato con tagli e correzioni imposte dalla censura fascista sulla rivista “Solaria” dal 1933 al 1935, sequestrato dai fascisti per motivi moralistici alla sesta puntata e finalmente diffuso integralmente nel 1948. Ambientato nella Siracusa del 1924 vi si narra dell’adesione di un giovane, alle prime esperienze sessuali, al ‘fascismo eroico’  tutto azione e ‘me ne frego’, con progressiva presa di coscienza e distacco.         “…Faccini ha fatto un film elegante, raffinato, esangue e statico nel quale il fascismo è visto, secondo un giudizio esatto ma posteriore, come totale alienazione ossia mancanza completa di vita. Da qui la lentezza dell’azione, gli indugi nella riflessione e nel silenzio, l’oscurità degli interni, lo spopolamento degli esterni. Il romanzo raccontava l’educazione sentimentale di un adolescente attraverso il suo amore per una prostituta; il film, invece, sposta l’accento sullo psico-dramma di Vittorini autore di un romanzo nel quale, a torto secondo noi, non si riconosceva più. Il regista amalgama, per così dire, gli interpreti negli sfondi dei paesaggi e degli ambienti. Da questa operazione atmosferica emergono prima di tutto Elsa Martinelli, una convincente e umana prostituta, e poi Miguel Bosé nella parte di Mainardi”. (A. Moravia, “L’Espresso”, 13 aprile 1976).

Sempre allo scrittore della barocca città aretusea si rivolge Valentino Orsini per il dramma politico “Uomini e no” (1980), angoscianti vicende politico-sentimentali ambientate nella Milano del 1944 tormentata dalla spietata polizia fascista guidata da Cane Nero (Renato Scarpa) che continua a compiere rastrellamenti ed eccidi, mentre lo scrittore N2 (Flavio Bucci), comandante agli ordini del C.N.L., ritrova Berta (Monica Guerritore) un vecchio amore che sarà causa involontaria della sua ‘eroica’ morte. Scoperto dai fascisti mentre aspetta la donna, si uccide con la dinamite sopprimendo anche i suoi persecutori. Nel romanzo è stato scritto  “si fa coincidere il fascismo non solo con una categoria morale (il male), ma addirittura con la parte bestiale e belluina della natura umana…”.(C. Salinari, “La questione del realismo”, 1960).

Diverse e contraddittorie sono invece le posizioni della critica cinematografica che vanno da chi scorge metaforicamente nel film una ‘riflessione sulle brigate rosse’ (F. Bolzoni, “Avvenire”, 1980) o ancora “…un’opera sul terrorismo…Non a caso Orsini ha lavorato sul testo di Vittorini tagliando tutto il coté lirico del romanzo, tutta l’accensione tipicamente vittoriana…”.(R. Alonge, “Cinema Nuovo”, 1981); a chi vi individua di contro “…un romanzo d’amore…asse portante del racconto, al quale come in controcanto s’accompagna lo sdoppiamento lacerante di un intellettuale che s’è trasformato in uomo d’azione” (M. Morandini, “Il Giorno”, 1980), fino a chi vi ritrova una più intima essenza “…il carattere esistenziale…il ritratto di due personaggi angosciati, collocando sullo sfondo gli echi sordi della guerra partigiana…” (A. Cantelli, “Il Giornale”, 1980). Altri, addirittura, ne confutano la matrice vittoriniana: “Di Vittorini non c’è molto, né l’io narrante, né i problemi di coscienza e i contrasti fra pubblico  e privato (appena accennati), né gli incendi stilistici…” (G.L. Rondi, “Il Tempo”, 1980). E via discorrendo. Un ginepraio di giudizi, nessuno simile all’altro, spia della complessità di un’opera dai molteplici significati, sulla quale lo stesso Vittorini precisa in una nota: “C’è nel mio libro un personaggio che mette a servizio della propria fede la forza della propria disperazione d’uomo”.

Non è molto (tiepidi e sempre più flebili cenni si troveranno in seguito) per uno scrittore antintellettualistico, alla ricerca d’una dimensione di felicità umana,  che nel 1945 aveva scritto nel clima di rinascenza, di euforia e di fiducia nella forza della cultura seguito alla caduta del fascismo: “Non più una cultura che consoli nelle sofferenze, ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini”.

Autore: admin

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