Daniela CATELLI- Gente di Corsica, malmessa (“Apache”, un film di T.de Peretti)



Il film della settimana


GENTE DI CORSICA, MALMESSA


“Apache”, opera prima di T de Peretti


Anche se – stranamente – non viene dichiarato sui titoli, Apache è ispirato a una storia vera avvenuta 8 anni fa, quando la bravata di alcuni ragazzi di Porto Vecchio, in Corsica, nel pieno dell’estate vacanziera, sfociò in tragedia col gratuito omicidio di uno di loro. Quello del branco che sacrifica l’elemento più debole al suo interno è un tema purtroppo spesso presente nelle cronache e di conseguenza anche al cinema.

L’originalità della versione di Thierry de Peretti sta essenzialmente nell’ambientazione, poco conosciuta nella sua vera realtà. L’immagine prevalente della Corsica è infatti quella di un paese esaltato per la sua selvaggia bellezza naturale o ridotto a folcloristico crogiolo di sanguigne passioni e indipendentismo feroce: molti luoghi comuni e poche realtà concrete per una terra cambiata enormemente negli ultimi decenni a causa dello sfruttamento delle sue risorse turistiche – che ha dato vita a speculazioni e concentrazioni di capitali – e dell’esistenza di una grossa comunità di lavoratori marocchini importati dai francesi d’Algeria rimpatriati, a partire dagli anni Sessanta, come economici braccianti delle terre ricevute dal governo. La presenza di una forte immigrazione in zone ristrette dà vita in genere a una convivenza difficile, in cui ragazzi che da piccoli vanno a scuola insieme senza problemi, si separano anche tragicamente quando crescono e si preparano a reclamare il loro posto nella società.

Questa lunga premessa era necessaria per comprendere l’humus da cui nasce la vicenda narrata da de Peretti, che ha l’ambizione di dare un’immagine più realistica della terra da cui proviene. Apache colpisce e convince nella rappresentazione di un luogo in cui la decisione dei proprietari di una villa di non ricorrere alla polizia ma a un boss locale dopo aver subìto un furto, mette in moto una serie di eventi che portano alla morte dell’unico innocente di una banda di ragazzi, il cui – inutile – sacrificio mira a ristabilire l’ordine “naturale” delle cose.

Apache mette in scena sapientemente la distanza: quella, enorme, tra ricchi e poveri, l’isolamento da tutti della comunità marocchina a cui appartiene la vittima, la stessa lontananza degli assassini dalle loro famiglie e dalla loro vita, che si traduce in un’assoluta mancanza di senso morale. Si parla ma non si comunica in questo film, le cui belle immagini, girate in un insolito 4/3, restano nella memoria dello spettatore per la loro capacità di restituire, anche a livello visivo, il contrasto tra l’estate spensierata dei pochi e la vita quotidiana dei troppi, in cerca di uno sfogo delle proprie frustrazioni. Col sacrificio di Aziz si ricompone un equilibrio molto precario, ma nella villa la festa continua, eterna e indifferente. Lo sguardo in macchina che conclude il film ci chiama tutti in causa, chiedendoci un contributo non solo passivo. Nonostante alcune ingenuità di scrittura e troppa carne al fuoco, Apache è un promettente debutto per il regista corso, che aspettiamo con fiducia all’opera seconda.(cominngsoon)

Autore: admin

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