Sauro BORELLI- La moviola del tempo (“Les enfants du Paradis”, un film di Carné e Prevert)



La moviola del tempo


NON SOLO CELEBRATIVO

Locandina Amanti perduti

 

La riproposizione di “Lesenfants du Paradis”, celebre film di Carné – Prévert

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Settanta anni fa, nel corrusco, tragico scorcio della Parigi occupata dai nazisti (e in subordine della Nizza della cosiddetta Francia Libera della Repubblica di Vichy) Marcel Carné e Jacques Prévert posero mano alla tribolata realizzazione del film Les enfants du paradis, un lungometraggio dilatato nell’inconsueta misura di 182 minuti. Ancor prima di dare conto del valore intrinseco del medesimo film, va detto che le vicende legate alle specifiche condizioni storiche e politiche, tra il 1942-1943, in cui ebbe luogo, tra Parigi invasa dai tedeschi e la zona controllata dai collaborazionisti del generale Pétain, tra interruzioni e difficoltà reiterate, determinarono l’impronta di una lavorazione affannosa e di un dispendio produttivo abnorme. Cosa, peraltro, compensata più tardi, alla sortita nelle sale nel 1945, da un successo vistoso e d’incidenza memorabile.

In effetti, Les enfants du paradis ebbe in seguito vita piuttosto discontinua: un po’ per l’oggettiva difficoltà di presentare il film nella sua originaria stesura integrale (oltre tre ore di proiezione), un po’ per i pretestuosi giudizi critici basati su presunte influenze del clima esiziale del collaborazionismo francese in collusione con grevi intrusioni dell’occupazione tedesca in generale e col patologico antisemitismo imperante in quell’epoca desolata. Carné e Prévert ebbero, al proposito, non poche difficoltà nel fugare ogni possibile inquinamento della loro opera da parte di mestatori fascisti o di improbabili suggestioni reazionarie e retrive. E’un fatto, comunque, che non di rado critici un po’ troppo sbrigativi e faziosi contribuirono di quando in quando ad avvolgere Les enfants du paradis di un alone di ambiguità indebite e fuorvianti.

Ora, come si diceva a distanza di settanta anni dalla sua realizzazione, e superate ormai interdizioni e manomissioni pregiudizievoli (a lungo è circolata in Italia una versione mutilata di oltre settanta minuti di proiezione intitolata assurdamente Amanti perduti), la Cineteca di Milano, in collaborazione con l’Institut Français, viene a riproporre una serie di proiezioni, appunto, di Les enfants du paradis in una riedizione rigorosamente restaurata e corretta tale da costituire una sorta di risarcimento (anche tardivo) del primo e certamente pregevole lavoro di Carné e di Prévert, innegabilmente meritorio, il primo, della faticata, eccentrica vicenda cinematografica e, il secondo,  di una sceneggiatura e di dialoghi intensamente ispirati a quel “realismo poetico” variamente consonante col clima progressista e democratico del glorioso Fronte Popolare.

Non si tratta, a rigore, soltanto di una ricorrenza celebrativa di indubbio significato. Les enfants du paradis, riproposto oggi, ben oltre l’evento culturale in sé, viene ad essere una più che pertinente riflessione su un cinema e in ispecie su un film che si stagliano, nella pur avventurosa storia delle idee e dell’arte, come momenti salienti di una creatività insieme preziosa e originale destinata, ancor oggi e per il futuro, a segnare indelebilmente un’epoca, uno scorcio culturale importante.

Detto ciò, va messo in debito rilievo il pregio di una spettacolarità sapiente, sofisticatissima (da taluni affrettatamente liquidata come soverchiante, incongruo estetismo) che, articolata tra scenografie e ambientazioni di suggestivo smalto epocale, trova poi nella presenza e prestanza di interpreti di sfolgorante evidenza – dalla fascinosa Arletty (Garance) all’iperbolico Jean Louis Barrault (il mimo prodigioso Baptiste Debureau), dalla dolce Marie Casarès (Nathalie) al vibrante Pierre Brasseur (il travolgente attore Lamaître), dall’equivoco Marcel Herrand (il cinico criminale Lacenaire) all’elegante Louis Salou (il soccorrevole, sfortunato conte de Montray), ecc. – una vertiginosa, trascinante dimensione figurativa ove l’ottocentesco clima avventuroso si mischia, si scioglie, si ricompone in un chiaroscurale caleidoscopio di altalenanti emozioni e commozioni.

C’è un impianto di classico melodramma d’antica scuola in questo Les enfants du paradis che, prima, enuncia il décor tutto trascinante del Boulevard du Crime luogo di tutti gli spettacoli (il Théâtre du Funambule soprattutto ove il lunare mimo Baptiste vive spasmi e pene d’amore per la bella Garance), tutti i vizi, i divertimenti si scatenano in un furioso carnevale liberatorio; e, poi, i febbrili, ricorrenti slanci d’amore tra (ancora e sempre) Garance e Baptiste, Nathalie e Baptiste; le ondate poetiche e i fasti, i nefasti d’una umanità smaniosa di vivere e di eroi e vittime di cartapesta tutti travolti, schiantati da un parossismo esistenziale irresistibile.

E’ qui, in questo caravanserraglio precipitoso, insensato che si esalta, si perde, nel tripudio di una folla disinibita la smagliante Garance e il sognante, ormai vinto Baptiste, le figure stesse della vita dell’amore, della realtà, della poesia. E’ questo, tutto questo il meglio e il meno bene del film Les enfants du paradis, una storia, forse un sogno in procinto di svanire, di sublimarsi in un grato, indimenticato ricordo.

Autore: admin

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